Di guerra e di pace a Beirut in “Specchi rotti” di Elias Khoury

 

Questa recensione è apparsa su Finzioni Magazine qualche giorno fa.

Il tema narrativo della guerra civile libanese (1975-1990) è stato largamente esplorato da molti scrittori libanesi: autori come Hoda Barakat, Jabbour Douaihy e Rabee Jaber (tutti tradotto in italiano) nei loro romanzi hanno cercato di capire ed indagare le origini della violenza di una guerra che ha insanguinato il Libano per quasi 15 anni. Il grande scrittore libanese Elias Khoury nel 1980, a soli 30 e in piena guerra, pubblica uno dei suoi romanzi più crudi: Facce bianche e, mentre lo scrive, rischia anche la vita perchè una bomba esplode nel suo studio, da cui si era allontanato per puro caso. 

Della guerra civile del proprio Paese questi autori scrivono che essa è da loro “inseparabile perchè accompagna le nostre vite”, come mi ha detto recentemente Jabbour Douaihy, ma la dimensione umana dei loro romanzi è assolutamente universale. 

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Come accade in Specchi rotti, ultimo romanzo di Elias Khoury (un nome che, se mi chiedessero: “A quale scrittore vivente di lingua araba assegneresti il Nobel per la letteratura?”, non esiterei a fare). Continua a leggere

Una questione di traduzione

C’è un altro lato, non conosciuto, che evidenzia come la questione israelo-palestinese venga affrontata in Italia, e che si gioca sul filo della letteratura.

1375319_10153346451270187_307946853_nDagli anni ’60 ad oggi sono stati infatti tradotti e pubblicati in italiano circa 190 titoli di letteratura israeliana, contro i circa 98 titoli di letteratura palestinese (il numero include alcuni testi di critica letteraria e romanzi, raccolte di racconti, raccolte di poesie)*.

Ma non è tutto, fermiamoci un attimo a guardare nel dettaglio questi dati: la letteratura israeliana è presente in modo massiccio tra le grandi e medie case editrici come Mondadori (che addirittura ha pubblicato più di 30 titoli), Feltrinelli, Piemme, e/o, Neri Pozza, Einaudi, Guanda, Salani, Bompiani. E in misura leggermente minore tra le piccole come Voland, Casagrande, Guida, Theoria (in totale sono una dozzina circa). Un caso a parte è costituito dalla casa editrice Giuntina, specializzata in opere di carattere ebraico e che in questo elenco fa chiaramente la parte del leone.

Molto diverso appare il lato della medaglia che riguarda la presenza della letteratura palestinese nell’editoria italiana: la stragrande maggioranza degli autori palestinesi arabofoni è pubblicata dalle piccole case editrici (molte delle quali “militanti”, e alcune ormai chiuse): ilmanifestolibri, Ripostes, Cicorivolta, Jouvence, Epoché, Edizioni Q, Edizioni Musicali, Argo.

Tra le medie e le grandi figurano: Ilisso, Edizioni Lavoro, Sellerio, Giunti, Guanda (che però ha tradotto solo Sayed Kashua, che scrive in ebraico), Feltrinelli (che però ha tradotto solo Susan Abulhawa e Suad Amiry, che scrivono in inglese), Rizzoli (che però ha tradotto Rula Jibreal, che scrive in italiano), Mondadori (che però ha tradotto solo Widad Tamimi, che scrive in italiano, e Anton Shammas, dall’ebraico). Continua a leggere

Oggi come ieri: “Darwish. Una trilogia palestinese”

Silvia Moresi recensisce per editoriaraba “Darwish. Una trilogia palestinese”, di cui io vi avevo parlato qui. Se ancora non sapete di cosa si tratti, bè (cioè, male) fatevi un giro sul sito della Feltrinelli qui: troverete il libro da sfogliare, alcune parti della poesia “Il giocatore d’azzardo” da leggere, e una serie di video e immagini di e su Mahmoud Darwish.

di Silvia Moresi

Mahmoud Darwish da giovane

Mahmoud Darwish da giovane

Il nove luglio è uscita nelle librerie italiane l’antologia del grande poeta e scrittore palestinese Mahmoud Darwish, curata e tradotta da Elisabetta Bartuli e Ramona Ciucani.

Edita da Feltrinelli, “Darwish. Una trilogia palestinese”, questo il titolo dell’opera, raccoglie tre testi in prosa di cui due inediti, Diario di ordinaria tristezza e In presenza d’assenza, e Memoria per l’oblio che era già stato pubblicato dalla casa editrice Jouvence da Elisabetta Bartuli, che ha per l’occasione completamente ritradotto il testo per la nuova antologia.

A chiudere il volume c’è poi Il giocatore d’azzardo, ultima poesia scritta da Darwish prima della sua morte, avvenuta nel 2008.

Per una particolare coincidenza, mi sono trovata a leggere questa raccolta proprio mentre iniziava l’ultimo brutale bombardamento dell’esercito israeliano su Gaza, che prosegue incessante anche in queste ore. Le parole di Darwish che scorrevano sotto i miei occhi e che raccontavano, ancora una volta, una storia celata e omessa dai giornali e dalle televisioni italiane, sono state letteralmente “uno schiaffo in viso” per il carico di verità che trasportano.

Il primo testo presente nell’antologia, Diario di ordinaria tristezza, come scrive Elisabetta Bartuli nella prefazione, chiude “la fase rivoluzionaria e patriottica” del percorso letterario di Darwish. In effetti, già dalle prime pagine, è palese l’intento dello scrittore: raccontare il più chiaramente possibile, attraverso il proprio percorso esistenziale e, sacrificando a volte anche quel lirismo a lui caro, le radici dell’occupazione e l’arroganza di uno Stato costruito sullo sterminio di un popolo:

Rimani basito apprendendo che la legge è dalla loro parte e che spetta a te dimostrare la tua esistenza. Al ministero degli interni chiesi: “Sono presente o assente?”. [...] Io, in questo paese ero presente ben prima dello stato che nega la mia esistenza. [...]. Sorridi della legge che invece concede a tutti gli ebrei del mondo il diritto di cittadinanza israeliana.

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Lo scrittore egiziano Muhammad Aladdin in Piemonte, ospite del festival “Una Torre di Libri”

Lo scrittore egiziano Muhammad Aladdin è in visita in Italia in questi giorni. La settimana scorsa è stato ospite di un Festival letterario nella provincia di Torino, presentato da Elisa Ferrero che ha scritto questo articolo appositamente per il blog.

di Elisa Ferrero*

Giovedì 24 luglio, il festival Una Torre di Libri in corso a Torre Pellice (provincia di Torino), nel cuore delle Valli valdesi, ha ospitato il giovane scrittore egiziano – per la prima volta in Italia – Muhammad Aladdin (del quale Editoriaraba ha già pubblicato un’intervista e la traduzione di un suo racconto in questo post).

Elisa Ferrero (sin.) con Muhammad Aladdin (courtesy di E. F.)

Elisa Ferrero (sin.) con Muhammad Aladdin (courtesy di E. F.)

Anche per il festival è stata una “prima”. Ormai giunto alla settima edizione, e avendo avuto in cartellone ospiti italiani e stranieri di grande rilievo, quali – solo per citarne alcuni – Andrea Camilleri, Umberto Eco, Gioconda Belli, Marcello Fois, Jeffery Deaver, Wu Ming, Clara Sànchez, Gioele Dix e Dario Fo, il festival non aveva finora avuto occasione di incontrare alcun autore arabo.

Durante la serata, il pubblico ha avuto l’opportunità di conoscere l’opera di questo brillante ed eclettico scrittore, autore di romanzi, racconti, sceneggiature cinematografiche, satira e fumetti per ragazzi. Aladdin ha rotto il ghiaccio commentando l’abilità che più lo contraddistingue, cioè quella di mutare continuamente, talvolta radicalmente, stile e registro con ogni suo nuovo scritto. Aladdin, tuttavia, ha confessato di non saper individuare un’intenzione cosciente dietro il suo continuo sperimentare, sentendosi piuttosto trascinato verso un certo stile, o registro (colloquiale, informale, umoristico, solenne, ricercato, ecc.), dall’argomento del quale intende trattare di volta in volta.

Quel che è certo, è che nemmeno i rivolgimenti egiziani degli ultimi tre anni e mezzo hanno interrotto la sua produzione letteraria. Secondo Aladdin, in tempi di turbolenza si possono seguire due strade: ritirarsi e fuggire la scrittura, oppure utilizzarla per cercare di capire e approfondire, e lui ha scelto quest’ultima opzione. Continua a leggere

La terra fragile: la Palestina al Festivaletteratura di Mantova

Vi avevo detto qui che il Festival di Mantova quest’anno avrebbe dedicato un focus alla letteratura palestinese, e così in questo post ho selezionato per voi gli appuntamenti da non perdere, tra letteratura, teatro, cinema e attualità.

Va da sé che per qualsiasi aggiornamento del programma vi conviene monitorare il sito del Festival.

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4 settembre

h. 18 @Teatro Ariston / 5 euro

“Il diritto ad una storia”: lo scrittore libanese Elias Khoury, autore di alcuni tra i più importanti romanzi arabi contemporanei, incontra la sua traduttrice, ed esperta di letteratura araba, Elisabetta Bartuli, in occasione della pubblicazione del suo ultimo romanzo, Specchi rotti.

h. 22 @Conservatorio di musica Campiani / 8 euro

Reading teatrale “Per Gerusalemme”, tratto dal libro Gerusalemme senza Dio di Paola Caridi. Con Carla Peirolero e i Radiodervish.


5 settembre

h. 10.45 @Chiesa di Santa Maria della Vittoria / 5 euro

Translation slam! Le traduttrici Elena Chiti e Ramona Ciucani si cimentano nella traduzione di una poesia inedita del poeta e scrittore palestinese Mourid Barghouti. Le due versioni verranno sottoposte al giudizio del pubblico e discusse con le autrici.

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“Perché non abbandoniamo questa Gaza e fuggiamo? Perché non fuggiamo?”: “Lettera da Gaza” di Ghassan Kanafani

Questo breve, struggente e significativo racconto dello scrittore palestinese Ghassan Kanafani (1936 – 1972) è contenuto nella raccolta La terra degli aranci tristi e altri racconti“, pubblicato in italiano dall’Associazione Culturale “Amicizia Sardegna- Palestina” e tradotto dall’arabo da Chiara Brancaccio.
Si ringraziano per la gentile concessione Fawzi Ismail, presidente dell’Associazione, e Pamela Murgia.

Ghassan Kanafani

Ghassan Kanafani

Caro Mustafa,

ho ricevuto la tua lettera, nella quale mi dici di aver fatto tutto il necessario per consentirmi di stare con te a Sacramento. Mi hanno comunicato di essere stato accettato al dipartimento di Ingegneria civile nell’Università della California. Devo ringraziarti per ogni cosa, amico mio. Ma quello che
sto per rivelarti ti sorprenderà piuttosto inaspettatamente: non ho dubbi in proposito; non mi sento di esitare affatto; ne sono così convinto che non ho mai visto chiaramente le cose come le vedo adesso. No, amico mio, ho cambiato idea. Non ti seguirò “nella terra dove c’è vegetazione, acqua e
facce attraenti”, come hai scritto. No, sto qui, non partirò più.
Sono veramente turbato che le nostre vite non continuino a seguire lo stesso corso. Quasi mi sembra di sentirti, mentre mi ricordi della nostra promessa di andare avanti insieme, e il modo in cui eravamo soliti gridare “diventeremo ricchi”. Ma non c’è niente che possa fare, amico mio. Sì,
ancora ricordo il giorno in cui stavo nella hall dell’aeroporto del Cairo, stringendo la tua mano e fissando il motore ronzante dell’aereo. In quel momento ogni cosa ruotava in sincronia con l’assordante rumore del motore, e tu mi stavi di fronte, la tua faccia rotonda silenziosa.
La tua faccia non era cambiata, era la solita di quando crescevi a Shajia, nel quartiere di Gaza, a parte quelle lievi rughe. Siamo cresciuti insieme, in piena sintonia, e insieme ci siamo promessi di andare avanti sino alla fine. Ma…

“Manca un quarto d’ora prima che l’aereo parta. Non fissare il vuoto così. Ascolta! Andrai in Kuwait il prossimo anno, e metterai da parte abbastanza dal tuo salario per sradicarti da Gaza e trapiantarti in California. Abbiamo iniziato insieme e insieme dobbiamo andare avanti…”
In quel momento guardavo le tue labbra muoversi rapidamente. Che poi era il tuo solito modo di parlare, senza virgole o punti. Ma per qualche oscura ragione, sentivo che non eri completamente felice di andartene. Non riuscivi a fartene una ragione. Anche io ho sofferto questo strazio, ma la
cosa sicura era: perché non abbandoniamo questa Gaza e fuggiamo? Perché non fuggiamo?

Comunque, la tua situazione iniziò a migliorare. Il Ministero dell’Educazione del Kuwait ti diede un incarico, mentre a me non lo diede. Mi mandasti un po’ di denaro, perché ero immerso nella miseria e nella depressione. Ma volevi che considerassi quei denari come dei prestiti, perché avevi paura che fosse una mancanza di riguardo nei miei confronti. Conoscevi nei dettagli le condizioni finanziarie della mia famiglia; sapevi che il misero salario della scuola dell’UNRWA era inadeguato a sostenere mia madre, la vedova di mio fratello e i suoi quattro figli.

“Ascolta attentamente. Scrivimi ogni giorno… ogni ora… ogni minuto! L’aereo sta partendo.
Addio! O piuttosto, al prossimo incontro!”
Le tue labbra fredde sfiorarono la mia guancia, allontanasti la faccia e voltasti lo sguardo verso l’aereo, e quando mi guardasti di nuovo potei vedere le tue lacrime. Continua a leggere

Racconta, Palestina: piccola guida nella Palestina della letteratura per capirne di più

Questa piccola guida letteraria nasce prima di tutto in risposta ad un appello arrivato da Giacomo per “sostenere la Palestina, soprattutto la sua cultura, la sua letteratura” e a quanti nei giorni scorsi mi hanno scritto per avere un consiglio su libri che spiegassero cosa sta succedendo a Gaza in questi giorni e perchè.

"Penso, quindi esisto", Naji al-Ali

“Penso, quindi esisto”, Naji al-Ali

Le notizie sui media e sui social network si rincorrono senza tregua in questi giorni in un vortice di parole e immagini che oltre a provocare orrore, dolore e sdegno proabilmente lasciano disorientato chi non segue con assiduità quello che succede in Palestina da troppi anni.

O chi non ha mai letto gli scrittori (romanzieri e poeti) palestinesi, che degli ultimi 66 anni di Nakba (la “catastrofe” del 1948, ovvero la nascita dello Stato di Israele) hanno scritto pagine intense e importanti che andrebbero lette, rilette, analizzate e fatte conoscere a tutti. E non solo perchè si tratta di bei libri ma perchè raccontano attraverso la voce dei protagonisti, i palestinesi, che cosa abbia significato il 1948, la perdita della terra, delle case, la vita come rifugiati perenni, la vita sotto l’occupante israeliano, le vessazioni e le privazioni e le continue occupazioni.

Ma sono anche libri pieni di ironia e bellezza, che ci parlano di come la vita in Palestina, nonostante tutto, vada avanti, di amori nati nei campi profughi, di perdite dolorose e nascite miracolose. Alcuni tornano indietro nel tempo a prima del 1948, altri fissano sulla carta un particolare evento o un anno della storia, altri ripercorrono i principali momenti di questi 66 anni di Nakba.

Avvertenze per il lettore: quello che segue non è un elenco esaustivo della letteratura palestinese contemporanea. Innanzitutto perchè non tutti gli autori palestinesi sono stati tradotti in italiano, e anche perchè gli autori di questo post collettivo non hanno letto tutti i libri tradotti.

A questo post è associato anche un evento Facebook per sensibilizzare e sostenere la cultura e la letteratura palestinese e invogliare a leggere gli autori palestinesi. Si chiama “La Palestina ci racconta: campagna di sensibilizzazione per la cultura e la letteratura palestinese” e chiede a quanti aderiscono di postare una foto di un libro di letteratura palestinese che avete letto e che vi è piaciuto, o che magari avete appena acquistato. Potete metterci la faccia oppure no, la scelta è vostra.

Gli autori delle micro-recensioni che seguono sono: Annamaria Bianco, Chiara Comito, Giacomo Longhi, Silvia Moresi, Pamela Murgia e Pamela Stella.

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Abulhawa, Susan: Ogni mattina a Jenin (Feltrinelli 2011, trad. dall’inglese di S. Rota Sperti)

Dagli anni ’40 ai giorni nostri, la storia della famiglia Abulheja, protagonista del romanzo, si snoda lungo gli ultimi tragici sessant’anni di storia della Palestina: dai racconti bucolici pieni di sole ed olive del villaggio di ‘Ain Hod, passando per la povertà del campo profughi di Jenin, attraverso la Pennsylvania e il Libano, la vita della giovane Amal (che in arabo significa speranza, declinato con la seconda alif lunga, perché fosse portatrice non di una sola speranza, ma di tante speranze) e della sua famiglia vengono cadenzate dall’autrice attraverso i più importanti avvenimenti che segnano la storia della Palestina, di Israele e del mondo arabo. Ogni mattina a Jenin è un romanzo toccante e commovente, scritto in inglese (l’autrice è palestinese ma vive e lavora negli Stati Uniti), è stato tradotto in più di venti lingue, arabo incluso. (CC)

Amiry, Suad: Sharon e mia suocera (Feltrinelli, 2003; trad. dall’inglese di M. Nadotti)

La prosa di Suad Amiry, architetto e intellettuale palestinese, non è forbita, né particolarmente elegante, ma nella sua semplicità e ironia ha un pregio: fa capire le cose con una leggerezza invidiabile, che quasi – nel leggere Sharon e mia suocera – non sembra di trovarsi all’interno di una Ramallah assediata dall’esercito israeliano. Perchè l’assedio militare è parallelo all’assedio famigliare che, come il primo, si è imposto a Suad Amiry, ma per tramite dell’insopportabile suocera.
Tuttavia, se è vero che si ride nel leggere le peripezie dell’autrice, c’è anche tanta amarezza. Ed è naturalmente inevitabile. (CC) Continua a leggere

“Syria Speaks”, la parola alla Siria

Con gli occhi del mondo puntati su quanto sta accadendo a Gaza, non scordiamoci che in Siria ci sono ancora un popolo e una rivoluzione che lottano – nonostante il silenzio e l’oblio della comunità internazionale e dei media. Caterina Pinto su ArabmediaReport ha recensito “Syria Speaks”, un’antologia pubblicata da Saqi Books che raccoglie immagini, poesie, vignette, poster di più di 50 artisti e scrittori siriani. Il libro è stato presentato in diverse città inglesi e al tour inglese fanno riferimento le immagini che trovate nel post.

di Caterina Pinto

Non conto più le foto dei martiri, ma vedrò i volti di ciascuno di essi quando andrò nel loro mondo un giorno. Scorreranno davanti a me come il film della vita in una nazione che somigliava al paradiso e ormai sembra l’inferno.
– Ali Safar [1] -

uk tourOltre tre anni sono trascorsi dall’inizio della rivoluzione in Siria nel marzo 2011. Con il passare del tempo e nell’indifferenza colpevole della comunità internazionale, le azioni degli attivisti pacifici, i cortei, gli scioperi, i sit-in nelle piazze cittadine sono stati oscurati dai carri armati, dai bombardamenti e dagli spari dei cecchini.

Come un’ombra nera, la violenza si è lentamente impadronita del Paese: molti nomi dell’attivismo non violento sono scomparsi nelle carceri del regime da cui non hanno mai fatto ritorno, alcuni – dopo lunghi mesi di repressione e l’arrivo in Siria di mercenari combattenti per l’una o per l’altra parte – hanno imbracciato essi stessi le armi, altri hanno smesso di riconoscersi nella rivoluzione e molti altri ancora sono stati costretti a fuggire dal Paese.

Eppure ancora oggi tanti siriani continuano a opporsi alla polarizzazione propagandata dal regime, secondo cui la realtà sul terreno si riduce alla dualità: Asad o i fondamentalisti armati. Ancora oggi tanti siriani continuano a voler esprimere il proprio punto di vista e a combattere ogni forma di violenza. “Ma invece di un nemico, adesso ne fronteggiano tanti [2]” – scrive Malu Halasa, uno dei curatori di Syria Speaks, un volume appena pubblicato che raccoglie i lavori di oltre cinquanta tra artisti, scrittori e gente comune, alcuni ormai fuggiti all’estero, altri ancora rimasti all’interno della Siria.

Quasi a voler prevenire eventuali critiche sull’utilità e sul ruolo dell’arte e della cultura in una situazione di conflitto perdurante, Halasa spiega:

“[Queste persone] credono che l’arte sia uno strumento di resistenza, e che sia parte integrante della giustizia sociale – emblematica di una vita che è condivisa, non distrutta – e che proteggerà la Siria dalle forze di Asad e dagli estremisti nel futuro [3]”.

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Randa Jarrar, Najwan Darwish e Adania Shibli: scrittori palestinesi in conversazione (video)

Pen.landing.250x300Qualche giorno fa mi sono imbatutta, su un blog che si occupa di arte e cultura araba, in questo video girato lo scorso anno a New York durante il PEN World Voices Festival of International Literature.

Ci sono tre giovani scrittori palestinesi/di origine palestinese: Randa Jarrar, che vive negli Stati Uniti ed è autrice di racconti brevi e di un romanzo (quasi autobiografico), tradotto in italiano da Piemme con il titolo La collezionista di storie; Najwan Darwish, palestinese di Gerusalemme: uno dei più giovani poeti arabi e palestinesi emergenti, non scrive solo poesie ma è anche consulente letterario per diverse progetti letterari e culturali, tra cui il Festival palestinese della letteratura, le cui poesie sono ancora quasi del tutto inedite in italiano (a torto); Adania Shibli, nata in Galilea, oggi vive tra Gerusalemme e Berlino, è una scrittrice, autrice di romanzi (Sensi, pubblicato da Argo nel 2007 e tradotto da M. Ruocco), racconti brevi (Pallidi segni di quiete, Argo 2014, a cura di M. Ruocco) e libri d’arte, nonchè ricercatrice.

A introdurre le voci di questi tre giovani scrittori, un come sempre brillante Elias Khoury (che al minuto 49 se la ride di cuore per una cosa detta da Randa Jarrar).

I quattro ospiti (Jarrar, Shibli e Darwish hanno letto estratti da alcuni loro lavori) parlano di letteratura naturalmente, del ruolo della letteratura palestinese nell’aver tenute vive la memoria e l’identità del popolo palestinese, della condizione d’esilio, della Nakba che continua ancora oggi e di cosa significhi vivere sotto l’occupazione israeliana.

Se avete un’oretta di tempo, dategli un’occhiata. Sarà anche dell’anno scorso, ma le cose che dicono sono quanto mai attuali in questi giorni.

“Il diritto di raccontare la propria storia”: Amiry, Barghouti e Khoury al Festivaletteratura di Mantova

933995_10152805359135058_1031709835_nLa 18° edizione del Festivaletteratura di Mantova si terrà quest’anno dal 3 al a7 settembre.

Tantissimi i nomi italiani e stranieri che saranno ospiti di questa edizione del Festival che diventa “maggiorenne”, ma come al solito in questa sede ci concentriamo sugli autori arabi.

Non sono ancora in grado di dirvi i giorni in cui saranno presenti – perchè il programma non è stato ancora reso noto – ma posso dirvi in che contesto interverranno.

Attorno al filo della memoria si srotola la sezione dedicata alla poesia, intesa come “modalità privilegiata per riprendere il dialogo con alcune figure del Novecento che hanno lasciato un’eredità viva e parlante alle generazioni immediatamente successive”.

Ecco quindi che l’omaggio al poeta palestinese Mahmoud Darwish, in occasione della pubblicazione dell’antologia in prosa di cui vi ho parlato qualche giorno fa, Darwish. Una trilogia palestinese, verrà reso da Elisabetta Bartuli, curatrice del libro, Suad Amiry, architetto e autrice palestinese notissima in Italia (il suo ultimo libro tradotto in italiano è Golda ha dormito qui, Feltrinelli 2013) e Mourid Barghouti, acclamato poeta palestinese, autore del libro Ho visto Ramallah (Ilisso, 2005).

Mahmoud Darwish, Edward Said e Marcel Khalife

Una delle mie immagini preferite: Mahmoud Darwish, Edward Said e Marcel Khalife, tutti e tre insieme!

Non è un caso la presenza di due autori palestinesi, visto che uno dei focus del Festival sarà proprio sulla letteratura palestinese: Continua a leggere