Rabee Jaber e Samir Kassir, ovvero Beirut e il “rapporto Mehlis”

Samir Kassir illustrato dal disegnatore libanese Mazen Kerbaj (estratto dalla sua ultima short story - fonte: Facebook)
Samir Kassir illustrato dal disegnatore libanese Mazen Kerbaj (estratto dalla sua ultima short story – fonte: Facebook)

Il 2 giugno del 2005 moriva a Beirut, ucciso da un’autobomba, il giornalista, storico e intellettuale di sinistra libanese Samir Kassir, che l’anno scorso avevo ricordato in questo post. Oggi, per onorarne ancora il ricordo, Francesco Tomassi e Laura Lucarelli (altrove conosciuti come gli ideatori e conduttori di Note d’Oriente) analizzano nel post che segue il romanzo “Il rapporto Mehlis”, dello scrittore libanese Rabee Jaber, da loro tradotto e di cui nel post trovate alcuni estratti (il libro è ancora inedito in italiano ma non in inglese).

Il romanzo comincia proprio in quel 2 giugno…

di Laura Lucarelli e Francesco Tomassi

“Questo è Mehlis, il bianco pallido che rimane silenzioso, fino a quando lo sarà? Dicevano fino al 21 ottobre, poi fino al 25 ed ora dicono fino a dicembre! Quando sarà? Aspettano finché non tornerà a Beirut? Fino a quando aspetteranno? Ancora non sanno la verità? Qual è questa verità che non si conosce mai? La verità tace e intanto la gente muore”.

Con queste parole lapidarie Samaan Yared, protagonista del romanzo “Il rapporto Mehlis” dello scrittore libanese Rabie Jaber, esprime tutta la disperazione e rassegnazione degli abitanti di Beirut, stremati dai continui attentati che insanguinano la città e in febbrile attesa della verità sulla strage che ha portato all’assassinio di Rafiq Hariri, l’ex primo ministro libanese. Mehlis è infatti il giudice tedesco incaricato dalla commissione d’inchiesta internazionale dell’ONU di indagare sul crimine.

 books“Il rapporto Mehlis” è il terzo ed ultimo romanzo della trilogia ideata da Jaber, di cui fanno parte anche “Beirut città del mondo” e “Beirutus: città sotterranea”, che l’autore ha scritto e ambientato a Beirut e rappresenta, in un certo senso, un punto d’incontro tra le vicende narrate nei precedenti due.

Samaan Yared vive nel quartiere cristiano di Achrafieh, al centro della capitale. E’ un ingegnere di quarant’anni circa che lavora nella società di consulenza di sua proprietà ed è l’unico della sua famiglia a vivere ancora nella capitale libanese. Due delle sue sorelle, Marie ed Emilie, vivono in Occidente mentre la terza, Josephine, è stata rapita e di lei non si sa più nulla.

La vita di Samaan è  monotona e ripetitiva, quasi sospesa in attesa di qualcosa, di quel rapporto Mehlis che dovrà fare chiarezza sull’assassinio di Hariri e dire finalmente la verità. Nel frattempo lui e tutti gli abitanti della città sembrano sospesi in questa attesa, carica di così tante valenze e significati che si è trasformata ormai in una sorta di salvezza per la popolazione e di risarcimento per i dolori patiti in passato. Nell’aspettare questa relazione finale, però, Samaan sembra anche voler posticipare qualsiasi decisione importante riguardo la sua vita e la salute.

Attraverso i discorsi dei suoi personaggi e le loro debolezze Jaber fa una critica indiretta alla società libanese attuale, passiva, interessata più all’apparire che all’essere e dai costumi forse troppo frivoli. Un esempio di questa vena critica si ritrova in una delle lunghe lettere che Emilie scrive a suo fratello:

“forse l’errore non è in te, forse sei nato in un’età di rame […] il tuo problema è che sei nato in un momento in cui tutto sta per crollare […] il problema non sei tu, il problema è l’epoca in cui vivi. Come puoi però importi sulla tua vita o scrivere la storia di essa se sei in questa città in questo momento? Beirut è sospesa aspettando qualcosa che non sa e tu sei sospeso con lei […] Beirut è una nave, una nave nel mare, il mare potrebbe ribaltarla in ogni momento[…] il problema non è lei, non sei tu né lei, il problema è in ciò che accade, è in questa epoca”.

Il protagonista conduce il lettore per le strade di Beirut, descrivendo minuziosamente i luoghi e i particolari che osserva. Insieme ai paesaggi e agli scorci dei vari quartieri di Beirut, Samaan però ci proietta anche nei ricordi della sua fanciullezza e in quelli sanguinosi della guerra che ha imperversato nel paese. Ricordi che rimangono attaccati ai luoghi e alle strade, così come alla pelle del protagonista che non riesce a separarsi dalla sua città:

 “Cosa gli restava a Beirut? Perché non andava in Francia o a Baltimora? Cosa gli rimaneva in questa città? Ci aveva vissuto tutta la sua vita. Non aveva mai viaggiato lontano da Beirut nemmeno una volta senza sentire di aver lasciato meta di sé alle spalle. Come se fosse diviso a metà. Metà di sé si spostava per le strade di New York, Londra, Tokyo o Lione, mentre l’altra metà rimaneva ferma ad aspettarlo a Beirut. La metà che si spostava per le strade delle città straniere era per metà felice e per metà no mentre la metà che lo aspettava nella prima città, nella casa di Ghandour Saad, non era felice se lui non lo era. Aspettava e basta, non si muoveva. Restava immobile come se meditasse davanti ad una TV spenta. Restava immobile mentre il giorno e la notte scorrevano su di lui come fosse un vegetale” .

E’ proprio la città di Beirut a dare un senso ad ogni cosa ed è alla sua realtà che si aggrappa quel surrealismo a momenti destabilizzante che permea tutta l’opera.

Già ad una prima lettura del romanzo risulta evidente l’analogia e il parallelismo tra quest’ultimo e l’opera di Samuel Beckett “Aspettando Godot”. Come i protagonisti dell’opera teatrale, infatti, Samaan è in attesa dell’assurdo, di un qualcosa di idealizzato e sconosciuto che “arriva e non arriva”, e che nel frattempo lo porta a sentire e non sentire, vedere e non vedere, proprio come nel Purgatorio Dantesco. Da qui il parallelo, presente nel libro, tra il mondo dei vivi e quello dei morti che vive nella nostalgia di una vita terrena che in realtà non è poi così diversa e in cui si vive nel ricordo di un passato che non torna e di un futuro che non arriva mai.

Assurdo poi è il fatto che al mondo dei vivi, passivo e non più padrone del proprio destino e della propria città, si contrappone un mondo dei morti molto più attivo e impegnato.

 “Mi è presa l’insonnia e la nostalgia e sono andata alla TV. Vedo Samaan, vedo mio fratello, cammina per le strade di Beirut, i lampioni illuminano la città. La gente si muove sui marciapiedi. I locali su piazza Sassine hanno cominciato a svuotarsi. La gente finisce la serata presto ultimamente. Hanno paura di nuove esplosioni con l’avvicinarsi del rapporto Mehlis. Guardo i loro volti, osservo i loro gesti, si scambiano la buonanotte, ognuno sale nella propria macchina. Le macchine esplosive hanno spaventato le famiglie della città. Chiunque può morire attraversando la strada, mentre sale o scende dalla macchina, la morte può arrivare in qualsiasi momento. La gente ha paura. Specialmente nei giorni che seguono l’esplosione. Ma quando l’esplosione si allontana, giorno dopo giorno, notte dopo notte […] diminuisce anche il suo fragore, la gente non ci pensa più così tanto e piano piano diminuisce anche la paura nei loro cuori. Come se l’esplosione non fosse avvenuta in questa città. Come se fosse avvenuta in un altro paese.”

A rafforzare il carattere teatrale dell’opera è anche lo stile letterario di Jaber, sempre molto frammentato e vicino alla forma del parlato nel tentativo di riprodurre il flusso e l’irregolarità dei pensieri dei personaggi. L’autore, grazie alla sua abilità narrativa, ci offre un’interessante immagine della società libanese attuale e della paura paralizzante della quale è prigioniera.

 “Lui le disse che la causa di tutto ciò era la situazione del paese, la situazione di attesa e di tensione nell’aspettare il rapporto Mehlis. Lei però gli rispose che per tutta la vita aveva avuto questi incubi. Non ricordava che fosse passata una sola settimana senza che avesse avuto questi incubi. Sognava di essere senza casa, ci andava e non trovava il palazzo […]  Girava per Achrafieh cercando la sua casa e non la trovava, allora pensò che potesse aver attraversato la linea di demarcazione tra Oriente e Occidente.

Disse che nei suoi incubi attraversava la linea di demarcazione, disse che vedeva sé stessa ancora in tempo di guerra […] Vedeva le macchine incendiate, i soldati e gli uomini in abiti civili mangiare un cocomero rosso e sparare su gatti e cani. Osservava ed ecco che lo vedeva, il palazzo di casa sua […] Voleva andarci ma aveva paura dei soldati e degli uomini. Tra gli uomini c’era un bambino di colore bianco, bianco intenso, come se fosse stato colpito dalla lebbra, aveva in braccio un coniglio. Il coniglio era nero e il bambino le diceva di avvicinarsi e di andare con lui, l’avrebbe riportata a casa, non doveva aver paura”.

Nonostante la teatralità dello stile di Jaber e l’assurdità della trama e dei pensieri dei protagonisti il romanzo fa però costantemente riferimento alla realtà, a personaggi e avvenimenti storici ben precisi. L’autore fa questo per dare contingenza storica al romanzo e per riportare costantemente il protagonista e i lettori alla cruda realtà.

 La mattina di giovedì 2 giugno […] si affacciò alla porta socchiusa dell’ufficio gialla in volto:

– “Hanno ucciso Samir Kassir”

I suoi occhi si annebbiarono leggermente e collegò il nome ai ricordi nel profondo della sua mente. Conosceva realmente questo nome, e conosceva il volto di quest’uomo. Spesso le loro strade si erano incrociate, qui, al centro della città, spesso lo aveva incontrato e lo aveva notato. Conosceva il suo volto dalla televisione e dai giornali, e anche durante le manifestazioni dello scorso marzo, quando le piazze si rivoltarono e strabordarono di uomini. Lo aveva visto anche sposarsi. Negli ultimi tempi lo aveva visto più di una volta ma per pochi istanti…che strana coincidenza. Lo aveva incontrato qui, davanti alle “Fontane Comunali” dopo la grande manifestazione di metà marzo. Poi lo incontrò a piazza Etoile, poi nello stesso ristorante “Etoile” dopo due o tre giorni. Era venerdì, perché non si recava in quel ristorante se non il venerdì […].

Attraverso la vicenda simbolica del protagonista e la descrizione dei suoi pensieri e delle sue paure l’autore riesce a mostrarci lo stato di tensione, attesa e fatalismo che attanaglia gli abitanti di Beirut, sospesi nelle loro vite aspettando il rapporto Mehlis che è una presenza costante in tutte le pagine del libro, una presenza ingombrante e pervasiva che si può ritrovare nei discorsi, nei pensieri ma anche nei comportamenti dei personaggi del libro.

 “Il problema non è cosa dirà il rapporto, il problema è cosa ci succederà dopo”.

Con queste parole lapidarie Samaan Yared pone l’accento sulla paura più grande dei libanesi, la paura cioè di dover affrontare le conseguenze che le conclusioni di quel rapporto avrebbero comportato per la popolazione, popolazione troppo spesso abituata ad essere vittima innocente di colpe altrui.


Ancora su Samir Kassir: recensione del saggio “Beirut. Storia di una città”

Rabee Jaber ha vinto l’IPAF nel 2012 con il libro “I drusi di Belgrado”. Io invece ho letto e recensito “Come fili di seta”

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