Oggi come ieri: “Darwish. Una trilogia palestinese”

Silvia Moresi recensisce per editoriaraba “Darwish. Una trilogia palestinese”, di cui io vi avevo parlato qui. Se ancora non sapete di cosa si tratti, bè (cioè, male) fatevi un giro sul sito della Feltrinelli qui: troverete il libro da sfogliare, alcune parti della poesia “Il giocatore d’azzardo” da leggere, e una serie di video e immagini di e su Mahmoud Darwish.

di Silvia Moresi

Mahmoud Darwish da giovane
Mahmoud Darwish da giovane

Il nove luglio è uscita nelle librerie italiane l’antologia del grande poeta e scrittore palestinese Mahmoud Darwish, curata e tradotta da Elisabetta Bartuli e Ramona Ciucani.

Edita da Feltrinelli, “Darwish. Una trilogia palestinese”, questo il titolo dell’opera, raccoglie tre testi in prosa di cui due inediti, Diario di ordinaria tristezza e In presenza d’assenza, e Memoria per l’oblio che era già stato pubblicato dalla casa editrice Jouvence da Elisabetta Bartuli, che ha per l’occasione completamente ritradotto il testo per la nuova antologia.

A chiudere il volume c’è poi Il giocatore d’azzardo, ultima poesia scritta da Darwish prima della sua morte, avvenuta nel 2008.

Per una particolare coincidenza, mi sono trovata a leggere questa raccolta proprio mentre iniziava l’ultimo brutale bombardamento dell’esercito israeliano su Gaza, che prosegue incessante anche in queste ore. Le parole di Darwish che scorrevano sotto i miei occhi e che raccontavano, ancora una volta, una storia celata e omessa dai giornali e dalle televisioni italiane, sono state letteralmente “uno schiaffo in viso” per il carico di verità che trasportano.

Il primo testo presente nell’antologia, Diario di ordinaria tristezza, come scrive Elisabetta Bartuli nella prefazione, chiude “la fase rivoluzionaria e patriottica” del percorso letterario di Darwish. In effetti, già dalle prime pagine, è palese l’intento dello scrittore: raccontare il più chiaramente possibile, attraverso il proprio percorso esistenziale e, sacrificando a volte anche quel lirismo a lui caro, le radici dell’occupazione e l’arroganza di uno Stato costruito sullo sterminio di un popolo:

Rimani basito apprendendo che la legge è dalla loro parte e che spetta a te dimostrare la tua esistenza. Al ministero degli interni chiesi: “Sono presente o assente?”. […] Io, in questo paese ero presente ben prima dello stato che nega la mia esistenza. […]. Sorridi della legge che invece concede a tutti gli ebrei del mondo il diritto di cittadinanza israeliana.

Un intero capitolo di questo testo è, poi, dedicato proprio a Gaza:

I nemici possono avere la meglio su Gaza
Possono tagliarle tutti gli alberi.
Possono spezzarle le ossa.
Possono piantare carri armati nelle budella delle sue donne e dei suoi bambini. Possono gettarla a mare nella sabbia e nel sangue.
Ma lei:
non ripeterà le bugie.
Non dirà di sì agli invasori.

Le immagini riportate dal poeta sembrano descrivere l’attualità: la stessa devastazione, le stesse stragi, ma era il 1973 quando Darwish scriveva queste parole, e l’organizzazione di Hamas, oggi presa come banale pretesto per l’aggressione, non esisteva, sarà fondata, infatti, nel 1987. Come spiegarlo a coloro che oggi sulle pagine dei giornali si improvvisano fini analisti della questione palestinese?

Il secondo testo presente nell’antologia, Memoria per l’oblio, pubblicato nel 1987, racconta di un’altra fase della vita di Darwish, fase comune a molti palestinesi, quella dell’esilio in Libano. La scrittura del poeta passata negli anni attraverso la “fase epica” e la “fase lirica”, appare più complessa, polifonica, come scritto da Bartuli: i monologhi interiori, le descrizioni, le poesie sono intrecciate alle citazioni dei testi sacri, all’esegesi musulmana e alla storiografia araba e non.

Il testo è il racconto dell’assedio e dei bombardamenti israeliani del Libano nel 1982, la guerra e la catastrofe non danno tregua nemmeno fuori dalla Palestina. Il titolo stesso di quest’opera contiene due delle parole chiave della poetica di Darwish: la memoria, parola oggi svilita, unilaterale, prerogativa solo dell’altra parte, ma che rappresenta, invece, l’unico strumento che il popolo palestinese ha per affermare la sua esistenza; e l’oblio a cui da troppo tempo la storia di questo popolo è sottoposta:

Ma perché si chiede a chi è stato gettato dai flutti dell’oblio sulla costa di Beirut di fare eccezione alla regola della natura umana? Perché da loro si pretende così tanto oblio? Chi mai potrebbe, nel bel mezzo di queste lamiere urlanti, inventarsi una nuova memoria con cui spezzare le ombre di una vita lontana? Ma c’è abbastanza oblio al mondo perché riescano a dimenticare?

In presenza d’assenza, del 2006, che, assieme al poema Il giocatore d’azzardo, rappresenta una sorta di testamento e di addio del poeta stesso, è un racconto, a tratti visionario, in cui Darwish ripercorre tutta la sua vita, come fosse staccato dal suo corpo, come se si guardasse vivere, soffrire e morire.

L’estetica della prosa, che in questo testo è elevata ai massimi livelli, non toglie però minimamente forza e chiarezza alle parole.

L’amore, l’amicizia, la nostalgia, la patria, il rapporto con l’altro sono tutti temi presenti in questo ultimo lavoro; anche la malattia, che negli ultimi anni della vita di Darwish era diventata una presenza costante, trova spazio in queste righe come metafora di un malessere più grande:

Durante il delirio, il malato è conscio delle sue visioni perché sono il più nobile stadio di dolore. Il medico dirà di nuovo: “Soffre di mal nutrizione […]”. Niente affatto, ma ricorda cose insopportabili per uno della sua età. Vorrebbe essere una farfalla”. “Le farfalle hanno ricordi?”. “Le farfalle sono i ricordi di chi ha imparato a cantare vicino alle sorgenti”. […] “Soffre di mal presente, portatelo nel futuro”. “Non abbiamo nessun rimedio e nessun futuro”.

In un momento come quello attuale in cui l’esercito israeliano compie l’ennesima strage a Gaza, il dolore per l’assenza di Mahmoud Darwish è ancora più intenso.

L’ipocrisia della società civile israeliana, l’ipocrisia dei media e dei molti intellettuali europei e americani nascosti dietro la parola pace, sarebbe stata smascherata ancora una volta dai suoi versi e dalla sua lirica:

“Sono fatti così: prima commettono il crimine poi lo negano, ma, quando la vittima li affronta, glissano parlando di pace”.

4 pensieri su “Oggi come ieri: “Darwish. Una trilogia palestinese””

  1. Questa recensione mi ha riempito di un’enorme commozione,un poeta cosi grande, una tragedia cosi grande… Farò di tutto per farlo conoscere a più persone. Grazie

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