Una questione di traduzione

C’è un altro lato, non conosciuto, che evidenzia come la questione israelo-palestinese venga affrontata in Italia, e che si gioca sul filo della letteratura.

1375319_10153346451270187_307946853_nDagli anni ’60 ad oggi sono stati infatti tradotti e pubblicati in italiano circa 190 titoli di letteratura israeliana, contro i circa 98 titoli di letteratura palestinese (il numero include alcuni testi di critica letteraria e romanzi, raccolte di racconti, raccolte di poesie)*.

Ma non è tutto, fermiamoci un attimo a guardare nel dettaglio questi dati: la letteratura israeliana è presente in modo massiccio tra le grandi e medie case editrici come Mondadori (che addirittura ha pubblicato più di 30 titoli), Feltrinelli, Piemme, e/o, Neri Pozza, Einaudi, Guanda, Salani, Bompiani. E in misura leggermente minore tra le piccole come Voland, Casagrande, Guida, Theoria (in totale sono una dozzina circa). Un caso a parte è costituito dalla casa editrice Giuntina, specializzata in opere di carattere ebraico e che in questo elenco fa chiaramente la parte del leone.

Molto diverso appare il lato della medaglia che riguarda la presenza della letteratura palestinese nell’editoria italiana: la stragrande maggioranza degli autori palestinesi arabofoni è pubblicata dalle piccole case editrici (molte delle quali “militanti”, e alcune ormai chiuse): ilmanifestolibri, Ripostes, Cicorivolta, Jouvence, Epoché, Edizioni Q, Edizioni Musicali, Argo.

Tra le medie e le grandi figurano: Ilisso, Edizioni Lavoro, Sellerio, Giunti, Guanda (che però ha tradotto solo Sayed Kashua, che scrive in ebraico), Feltrinelli (che però ha tradotto solo Susan Abulhawa e Suad Amiry, che scrivono in inglese), Rizzoli (che però ha tradotto Rula Jibreal, che scrive in italiano), Mondadori (che però ha tradotto solo Widad Tamimi, che scrive in italiano, e Anton Shammas, dall’ebraico).

Anche per la letteratura palestinese va segnalato il lavoro delle Edizioni Q, una casa editrice che, partita con il tradurre la letteratura araba in generale, si è concentrata su quella palestinese (ad oggi sono 8 i titoli all’attivo, tra traduzioni e testi critici).

Sul fronte palestinese va sottolineato infine un fatto negativo: per quanto riguarda i testi palestinesi tradotti tra gli anni ’60 – ’80 quasi tutti sono usciti fuori commercio e sono reperibili solo nelle biblioteche.

Ora, pur ricordando che negli ultimi anni si sono avuti segnali positivi anche dalle principali case editrici (vedi la pubblicazione della trilogia di Darwish per Feltrinelli o la presenza di diversi autori palestinesi al prossimo Festivaletteratura di Mantova, che ha dedicato il focus di quest’anno proprio alla letteratura palestinese), resta il fatto che la sproporzione tra la presenza della letteratura israeliana e araba nell’editoria italiana, osservata su un arco di tempo di circa 50 anni, è palese e innegabile.

Gli autori israeliani sono stati tradotti in massa e principalmente dalle grandi case editrici (il che vuole che hanno avuto più visibilità nelle librerie e dunque più opportunità di raggiungere un pubblico più vasto e generalista: io stessa ho cominciato ad interessarmi alla questione israelo-palestinese negli anni del liceo leggendo Oz e Yehoshua, la letteratura araba è arrivata con l’università, qualche anno più tardi. ). Inoltre, degli autori più famosi sono stati tradotti decine di titoli (a titolo di esempio cito: Oz: 12; Yehoshua: 21; Grossman: 17).

Gli interventi di questi autori sono ospitati sui principali quotidiani d’informazione (o disinformazione..) italiani. Proprio qualche giorno fa mi sono imbattutta in questo tweet di uno degli editor di Einaudi, a cui ho risposto così (senza ottenere alcuna reazione):

repetti
Gli autori palestinesi risultano per lo più sconosciuti e sottorappresentati e la sorte di chi scrive in arabo è ancora più misera, con buona pace della grande ricchezza in termini di diversità linguistica che tradurre una lingua come l’arabo, a differenza dell’inglese ad esempio, porta con sé.

Sorgono spontanee dunque alcune domande: a cosa si deve questo sbilanciamento? Cosa, negli anni precedenti, ha portato gli editor, le case editrici, gli scout letterari a prediligere di tradurre una narrazione, quella israeliana, rispetto a quella palestinese? È una questione di snobbismo, ignoranza o pregiudizio?

E perchè ho spesso ascoltato un traduttore dall’arabo parlare delle ENORMI difficoltà incontrate nel “convincere” gli editori italiani (i grandi e i medio-grandi) a pubblicare delle traduzioni di romanzi o poesie dall’arabo?

O è il pubblico italiano a non essere interessato alla letteratura palestinese? Sembrerebbe di no, a detta dei tanti che mi hanno chiesto negli ultimi tempi consigli su cosa leggere “per capirne di più” (da cui è nato questo post) e dei tantissimi che hanno letto il racconto di Ghassan Kanafani pubblicato qui. Ma chiaramente il mio angolo di osservazione è troppo ristretto e concentrato su se stesso.

Mancano le voci dei palestinesi in questa grande narrazione editoriale italiana della Storia israelo-palestinese, e mi chiedo perchè. E mi chiedo anche se da oggi, vista la crescente condanna da parte dell’opinione pubblica internazionale dei crimini perpetrati a Gaza dallo Stato di Israele, le cose cambieranno.

Certo che se così fosse, che ben magra consolazione sarebbe.


 

* Ringrazio il Prof. Wasim Dahmash dell’Università di Cagliari per i dati relativi alle traduzioni in italiano della letteratura palestinese (dati aggiornati al 2014).

Per i dati relativi alla letteratura israeliana tradotta in italiano ho consultato invece questo sito.  I dati sono aggiornati al 2009, se non vado errata.

2 pensieri su “Una questione di traduzione”

  1. Un articolo illuminante. Questi dati sono impressionanti e vergognosi. Come mi hanno sempre insegnato, bisogna ascoltare entrambe le versioni in ogni cosa e non è giusto che ci sia questo dislivello di traduzioni. Soprattutto considerando quanti giovani sono interessati alla traduzione di opere in arabo (come me) e quanti altri sono interessati alla questione Palestina-Israele. E trovo scioccante che in uno dei siti più famosi dove comprare libri non ci siano opere come “Uomini sotto il sole” , “La terra delle arance tristi” del grande Kanafani e moltissime altre opere riguardanti la Palestina o comunque la letteratura araba in generale.
    Chiara ti ringrazio perchè leggendo il tuo blog sto capendo sempre di più quale voglio sia la mia strada. Ho sempre amato leggere, ma da quando ho frequentato la Ca Foscari studiando arabo mi si è aperto un universo di opere bellissime e che non mi stanco mai di leggere. Sono avida, più opere ho, più ne vorrei. E non vedo l’ora che arrivi Settembre per il Festival Letteratura a Mantova.
    Grazie
    Carlotta

  2. Grazie ancora una volta, dopo aver letto i tuoi post ho ordinato alcuni titoli all’Editrice Q, ma anche loro non avevano tutti quelli da me richiesti, anche se con estrema gentilezza me ne hanno inviati altri in sostituzione. Dopo aver letto il racconto di Kanafani ho ordinato il libro all’Associazione Amicizia Sardegna Palestina e sono riuscita ad averlo in tempi brevi. Per tutti gli altri, a parte i “famosi”, serve sempre una ricerca quasi impossibile.
    Leggendo il tuo post mi é venuto in mente che anche opere cinematografiche che narrino la storia della Palestina si contano sulle dita di una mano. Vorrei tanto che ci fosse un’inversione di tendenza, tutto ciò che ho letto mi ha solo invogliato a leggere ancora.
    Gabriella

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