Mourid al-Barghouthi: “La poesia non è uno svolazzare di farfalle ma passione, sudore, terra”

da sin.: Elena Chiti, Mourid al-Barghouthi, Ramona Ciucani
da sin.: Elena Chiti, Mourid al-Barghouthi, Ramona Ciucani

di Silvia Moresi

Venerdì scorso lo scrittore palestinese Mourid al Barghouthi, ospite del Festivaletteratura di Mantova, ha aperto gli eventi in programma del focus sulla letteratura palestinese. In mattinata, è stato “giudice” divertito, ma decisamente severo, dell’avvincente (per arabisti e non) translation slam su una sua poesia inedita, sulla quale si sono cimentate e sfidate le traduttrici Elena Chiti e Ramona Ciucani. Nel pomeriggio, invece, dialogando con il professor Wasim Dahmash in occasione dell’ evento La poesia della terra, ha dato vita a quello che definirei un meraviglioso incontro poetico sulla poesia.

Conosciuto in Italia solo per il suo romanzo autobiografico Ho visto Ramallah (Illisso 2005), Mourid al-Barghouthi è, in realtà, quasi esclusivamente un poeta, famoso in tutto il mondo arabo per la sua poetica essenziale e snella che trasmette delicatezza arrivando naturalmente al lettore, come affermato da Dahmash.

Il poeta palestinese, come un fiume in piena e quasi in un monologo, ha iniziato una vera e propria lezione sull’arte poetica, seppellendo tutti i clichè e i falsi miti imperanti riguardo i concetti di poesia e di poeta.

Da subito ha chiarito che la poesia non è “lo strumento del romanticismo, non è uno svolazzare di farfalle” ed è la cosa più distante da quello che definiremmo una “atmosfera poetica”. Quei poeti che si ammantano di aurea divina, sono falsi poeti, ha aggiunto, perché la poesia non è ispirazione celeste ma passione e sudore, e non può crescere che dal basso, dalla terra dove si nasce, si lavora e si muore; la poesia è esilio e ghurba.

Il vero poeta, secondo lo scrittore palestinese, è colui che prende in mano una scopa per spazzar via tutto ciò che è stato già detto, e creare una poesia in grado di descrivere la realtà con parole nuove e non banali. Forse è per questo, ha affermato ancora, che i politici non amano i poeti, perché si sforzano di parlare di ciò che vedono senza usare quegli stereotipi tanto cari al linguaggio politico.

La banalità, dunque, non può produrre poesia e se un poeta scrive della propria amata “sei la donna più bella” significa, secondo lo scrittore palestinese, che è un poeta pigro o un poeta in ferie che oltre ad aver detto qualcosa di già ascoltato, ha notato solo ciò che era più evidente. La poesia, al contrario, deve ricercare il dettaglio, il dettaglio di un paesaggio, o il dettaglio nascosto nell’umanità di una persona; i dettagli che sfuggono a quegli sguardi vittime della fretta e della superficialità.

In questa personale e affascinate definizione di al-Barghouthi, la poesia diventa anche metafora dell’amore che è l’estrema attenzione verso una persona. Dire alla propria donna (o al proprio uomo) “non ci ho fatto caso” o “non me ne sono accorto” è, forse, già la fine di quel sentimento.

Dopo aver recitato in arabo una delle sue poesie, tradotta al momento dal preoccupatissimo interprete, il poeta ha risposto ad alcune domande su Gaza e sull’utilità delle immagini dei corpi straziati dalle bombe israeliane. Pur trattando un tema vile come quello della guerra, il linguaggio di al-Barghouthi non si è “sporcato”, e ha descritto la sacralità del corpo, un mantello che porta in giro il nostro spirito che non si ha il diritto di abusare e martorizzare. Le immagini di questi corpi, però, ha continuato, sono l’unica arma in mano ai deboli per condannare una realtà che altri vorrebbero nascondere. Ha affermato, inoltre, che la tragedia di Gaza è ancora troppo viva e bruciante per permettergli di comporre dei versi che descrivano quella sofferenza; la rabbia prenderebbe il sopravvento, e la poesia diventerebbe, forse, solo un banale sfogo.

L’incontro con Mourid al-Barghouthi è stato come assistere ad una continua ed elegante declamazione poetica, che ha reso ancor più incomprensibile la mancanza, in Italia, di traduzioni delle sue poesie.

Spero che l’appuntamento di Mantova sia anche servito ai traduttori, ma soprattutto agli editori italiani, sempre timorosi quando si tratta di poesia, per prendere coraggio e dare la possibilità anche ai lettori che non conoscono l’arabo di godere dei versi di questo grande poeta.

9 pensieri su “Mourid al-Barghouthi: “La poesia non è uno svolazzare di farfalle ma passione, sudore, terra””

  1. Mi dispiace di non vedere nell’articolo nessun riferimento ad un’altra cosa che Barghouti ha detto a proposito dell’ultimo massacro a Gaza in particolare e dell’occupazione israeliana della Palestina più in generale: l’assoluta necessità del BDS (Boicottaggio Disinvestimenti Sanzioni) nei confronti di Israele. Il fatto che questa necessità sia stata da lui affermata con tanta forza e decisione, non è forse elemento degno di nota?

      1. Non posso che riprendere quanto ha già scritto Silvia, credo che l’articolo e lo spirito del blog parlino da soli. Se poi si vuole montare su una polemica sterile e inutile, siete liberi di farlo ma sinceramente, e personalmente, non ne vedo il senso.

  2. Gentile Mirko,
    sono Silvia, l’autrice del pezzo. In realtà, il poeta ha detto molte altre cose degne di note, ma è ovvio che un in un articolo non è possibile riportare tutto. Inoltre, ho preferito soffermarmi maggiormente sul tema poetico che è stato il centro del suo intervento anche perché editoriaraba è un blog di letteratura.
    Se poi in questo vi si vuole vedere della malafede, beh, credo che per la mia storia personale e intellettuale tu abbia proprio sbagliato persona essendo io stessa sostenitrice del Bds

    1. Cara Silvia,

      visto che mi hai dato del tu, farò altrettanto. Anzitutto, non mi pare proprio di avere detto che tu sia ” in malafede” e, anzi, mi fa piacere scoprire che anche tu sei a favore del BDS. Solo che omettere una dichiarazione così importante, in un momento così tragico, espressa in un modo così partecipato, non credo che andasse fatto. Forse proprio perché normalmente – ma tu hai chiarito bene che questo non è il tuo caso – questo tipo di notizie vengono sistematicamente omesse in malafede, mi pareva il caso di andare controcorrente. E poi, scusa, tutto l’intervento di Barghouti si è di fatto concentrato sulla definizione di poesia come qualcosa che non deve essere fine a se stesso e scisso da ciò che la circonda…o sbaglio?

      Un caro saluto,
      Mirko

      1. Sottoscrivo quanto detto da Mirko. Fare una superficiale cronaca di un evento che vede ospite per la prima volta dopo tanti anni un autore palestinese, specie dopo i recenti tragici eventi di Gaza, non è solo parziale ma, anche dal punto di vista letterario, alquanto povero.
        Ricordo tra l’altro che l’edizione di quest’anno era finalmente dedicata alla Palestina. Gianna P.

      2. Non capisco il “superficiale e povero” e sinceramente lo trovo quantomeno offensivo. Silvia Moresi era al Festival di Mantova per sua iniziativa personale ed è stata così gentile da scrivere per il blog quel pezzo, dietro mia richiesta. E aggiungo anche che tutto il lavoro di questo blog è fatto su base volontaria.
        Quanto al punto in cui scrivi: “l’edizione di quest’anno era dedicata alla Palestina” lo so benissimo, visto che ne avevo parlato io per prima qui: https://editoriaraba.wordpress.com/2014/07/26/la-terra-fragile-la-palestina-al-festivaletteratura-di-mantova/ e non capisco il riferimento. Ma sono solo una blogger che da due anni e più cerca di fare un’opera, mi auguro dignitosa, di promozione della letteratura araba in Italia, forse non ci arrivo.

  3. ch.com. Ogni confronto può arricchire di nuovi punti di vista, perciò non definirei “polemica sterile” i commenti di persone che si interessano di un argomento ed esprimono il proprio punto di vista.
    Gianna P.

    1. Gentile Gianna,
      se il mio pezzo non le piace, me ne farò una ragione. Il pezzo era un report dell’evento, non mi è stato chiesto di parlare della letteratura palestinese (cosa che ho fatto in saggio e in un post sul blog stesso), o della situazione palestinese in generale. Il poeta stesso ha parlato di Gaza solo sul finire dell’incontro, decidendo poi di tornare a parlare di poesia.
      Aveva ragione il grande Mahmoud Darwish (e non solo lui) quando diceva che un poeta palestinese, a volte, vorrebbe parlare solo di poesia o letteratura ma è sempre criticato da chi vorrebbe trasformarlo in un uomo politico. Questo sì è un atteggiamento sterile e svilente per la letteratura palestinese!
      Di politica, di BDS e di tutto il resto io ne scrivo e ne parlo spesso, ma nelle sedi adatte!

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