Sabra e Shatila: conversazione su un massacro

di Elias Khoury* 

Me ne stavo seduto al bar Chase in piazza Sassine a Beirut, a bere un caffè con un amico, quando un certo Jim si avvicina al nostro tavolo e i due cominciano a scambiarsi saluti. Non conoscevo questo Jim di persona, ma sapevo, come altri che seguono assiduamente la nostra politica, che durante la guerra civile era stato uno dei comandanti delle Forze Libanesi. Girava anche voce che avesse partecipato al massacro di Sabra e Shatila.

shatila al ali
di Naji al-Ali

Ho tentato di nascondere l’irritazione che provavo dietro il fumo della sigaretta che stavo fumando. Perchè quando sei seduto in un bar nella piazza in cui si trova la statua in onore a Bachir Gemayel, in una città che pullula di assassini scampati al carcere grazie ad una ingiustificata amnistia che con un colpo di spugna ha cancellato la memoria di questo paese, e ha fatto sì che la storia del dolore libanese valesse quanto uno straccio per pulire per terra, ebbene, devi imparare a dissimulare quello che provi e convivere in qualche modo con la menzogna libanese. In particolare in questi giorni caldi in cui il Libano è scosso da venti potenzialmente esplosivi, parlare del passato che riguarda la guerra civile è diventato impossibile, perchè questa guerra è come se fosse semi-addormentata, e ci tiene ancora in scacco.

Per tutta la vita la mia naturale curiosità mi ha portato ad avere problemi. Per questo ho chiesto al mio amico se Jim avesse partecipato al massacro di Sabra e Shatila. “Chiediglielo”, mi ha detto lui di rimando. E invece di aspettare la mia risposta, lo ha chiamato indicandomi e gli ha spiegato quello che volevo sapere.

Mentre l’uomo si avvicinava al nostro tavolo, ho notato che aveva i capelli bianchi. Mi ha guardato con occhi freddi e glaciali, privi di emozione.

Il mio amico gli ha fatto cenno di sedersi ma lui è rimasto in piedi. È calato il silenzio per qualche istante e io ho sorriso, quasi per scusarmi e per alleggerire la tensione. Invece lui, invece di rispondere alla domanda che non gli avevo fatto, mi ha detto che non riusciva a capire questo modo di fare tutto libanese di colpevolizzare solo una fazione. E ha cominciato ad elencare i nomi dei massacri in cui erano stati implicati i cristiani, da Aishiya a Damour. Ha detto anche che era orgoglioso di aver partecipato alla guerra e che se avesse potuto tornare indietro nel tempo, l’avrebbe fatto di nuovo. Ha detto che aveva combattuto a Tell el-Za’tar, ma non a Shatila, e ha concluso il discorso chiedendosi il perchè di tutto questo baccano internazionale attorno ad un solo massacro. Ho replicato che Tell el-Za’tar forse era anche più grave di Shatila e che l’orgoglio che lui provava era ingiustificabile. Mi ha risposto dicendo che erano stati i media palestinesi ad ingrossare la storia, e che questo era tutto quanto c’era da dire.

Ho tentato di spiegargli che la faccenda era più complessa, e che l’errore imperdonabile dell’ala militare della destra libanese era stato allearsi con Israele. Si è messo ad insultare Israele, anche se aveva ammesso di aver fatto lì il suo addestramento militare. Poi ha detto che Israele li aveva abbandonati e che aveva addossato loro la colpa di Shatila per infangarli e uscirne pulito. Ha continuato dicendo che l’alleanza con Israele era stata una scelta giusta perchè era l’unica scelta da fare.

Poi mi ha guardato di nuovo e mi ha chiesto il perchè di tutto questo pandemonio sul massacro di Shatila. Gli ho detto che la mia risposta non gli sarebbe di sicuro piaciuta perchè per me il gruppo nelle cui fila aveva militato era del tutto marginale, una delle tante fazioni che alla fine si erano strasformate in fantocci in mano alle potenze regionali. Gli ho detto che la questione non riguardava loro ma Israele, e che Israele, che lui lo sapesse o meno, era riuscito con successo a nascondere gli odiosi crimini compiuti nel 1948 durante la Nakba. Ciò era stato possibile perchè a quel tempo non solo i media se ne erano disinteressati, ma anche per la cecità dell’Occidente, reduce dall’inferno della Seconda guerra mondiale. A quell’epoca la coscienza occidentale aveva appena scoperto le atrocità compiute contro gli ebrei durante l’Olocausto, e aveva deciso che gli ebrei erano le vittime e che la creazione di Israele era una ricompensa per quelle vittime.

Tu di sicuro sai, gli ho detto, che i nazisti tedeschi non erano stati gli unici colpevoli dell’Olocausto, ma che altri paesi europei vi avevano partecipato, allevando al loro interno e per lungo tempo il mostro dell’ antisemitismo. Perciò l’Occidente, che aveva dato il via a questa storia, si era coperto gli occhi di fronte ai crimini compiuti da Israele in Palestina. È stato il 1982 che ha spalancato gli occhi del mondo di fronte ai pogrom scatenati dall’esercito israeliano, che tanto somigliavano alle stragi ordinate in Russia dall’esercito zarista contro gli ebrei.

Il punto non era il clamore mediatico dal massacro di Sabra e Shatila, che era scemato velocemente, e i cui assassini non erano stati nemmeno perseguiti dall’OLP, nonostante molti dei loro nomi fossero noti da tempo. La memoria del massacro si sarebbe esaurita, senza il libro di Bayan Nuwayhed alHout su Sabra e Shatila e altre opere letterarie, soprattutto il saggio dello scrittore francese Jean Genet “Quattro ore a Shatila”.

La questione qui era legata alla memoria dell’Occidente, e nonostante il rapporto Kahan che discolpava l’esercito israeliano dalle responsabilità dirette nei crimini commessi, un’assoluzione che – come sai – non aveva soddisfatto nessuno, Sabra e Shatila avrebbero rappresentato per sempre quel momento in cui il mondo aveva conosciuto per la prima volta la vittima palestinese e il boia israeliano, mentre voialtri – gli ho detto – non siete che un dettaglio insignificante.

L’uomo mi ha sorriso e mi ha detto che quello che avevo detto non aveva minimamente scalfito il suo orgoglio. Ha concluso dicendo che il suo obiettivo all’epoca era stato quello di allontanare dal Libano la minaccia rappresentata dai rifugiati palestinesi e che oggi il Libano si trovava ad affrontare un nuovo pericolo, i rifugiati siriani. Mentre stavo per replicare mi ha interrotto dicendo che sapeva già come la pensavo in proposito e che non gli interessava e così se ne è andato. Mi è sembrato come se le parole che avevo ancora in bocca fossero diventate amare, amare come la fiele.

In ogni angolo del mondo arabo si continua a uccidere. Che dire di Gaza, e di quel comandante della Brigata Givati che, vantandosi dei delitti compiuti, li ha attribuiti al suo rapporto speciale con il Dio d’Israele?

E che dire dei leader mondiali imbambolati davanti alle brutalità che vengono commesse in Siria? Il regime continua implacabile ad uccidere il popolo siriano mentre il mondo è tutto soddisfatto dell’accordo concluso sulle armi chimiche! Ed ecco che poi si sveglia con Obama davanti alla barbarie di Daesh, dimenticandosi che l’origine di tale brutalità risiede nella tirannia e che il mostro di Daesh è stato allevato nei pascoli americani in Afghanistan ed è cresciuto a suon di petrolio e gas, di proprietà degli alleati degli Stati Uniti.

Ma torniamo al massacro di Sabra e Shatila, di cui “festeggiamo” il 32° anniversario, e riflettiamo su questo tempo che ha trasformato i nostri giorni in memorie che vengono cancellate da memorie ancora più drammatiche, con le tragedie che si accumulano e il dolore che si rinnova. E non c’è più spazio per la memoria del dolore, oramai. Quanto accaduto a Sabra e Shatila ha portato allo scoperto un gioco di interessi complesso tra il tiranno e chi da lui viene manovrato: chiedete all’eroe del massacro, Elie Hobeika, che dalle braccia israeliane è saltato in quelle del regime siriano.

Jim si era rifiutato di parlare, o forse non poteva, perchè la memoria delle colpe commesse è un peso che si trasforma in silenzio quando la società è incapace di curare i propri mali e i propri errori.

E la cosa tragica è che oggi tutto il Levante arabo sta annegando in questo mare di crimini che si sommano gli uni sugli altri, soffocato dal silenzio dei massacri che hanno trasformato il nostro sangue nell’inchiostro di una storia cieca che ci sta portando verso l’abisso.


* Elias Khoury è uno dei più famosi e autorevoli scrittori libanesi contemporanei. È autore di molti romanzi, l’ultimo dei quali è “Specchi rotti”, tradotto in italiano da Feltrinelli (2014).

L’originale di questo articolo lo trovate qui; la traduzione dall’arabo è mia – grazie a Giacomo per la consulenza nella resa in italiano.

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