(Keizer - street artist egiziano)

A spasso tra i libri del Cairo

Elliott Colla è un accademico statunitense, insegna letteratura araba moderna alla Georgetown University. È anche un traduttore dall’arabo nonché autore di un romanzo, dal titolo “Baghdad Central”. Il pezzo che segue, pubblicato sul suo blog, è un piccolo e curioso viaggio tra i libri usati del Cairo e tra la storia, politica e culturale, degli ultimi 30 anni dell’Egitto.

Traduzione dall’inglese di Filippo Maria Ragusa

Settembre 1985. Primo anno da studente al Cairo. Visito il  mercato di libri più grande della città, che si trova nella famosa area di Ezbekiyya. Quando Napoleone provò a conquistare l’Egitto, qui sorgeva un lago artificiale circondato dagli opulenti palazzi dei pascià turchi e degli alti ufficiali dello Stato mamelucco. Un secolo dopo, sotto i britannici, il lago era stato interrato e la zona riconvertita in un vasto quartiere dei divertimenti. Bar e teatri, cabaret e case di tolleranza su misura per le élite del Cairo, che si incontravano in questa zona di confine tra la casbah medievale e il nuovo centro della città coloniale. Nel momento in cui arrivo al Cairo, la maggior parte di questa storia è sparita sotto i cavalcavia e i casermoni di cemento in stile sovietico; resistono ancora pochi squallidi locali di danza del ventre intorno alla malridotta caserma dei vigili del fuoco e all’ufficio postale.

Il mercato dei libri è letteralmente legato a una vecchia recinzione di ferro nero. All’interno delle sbarre, i grandiosi giardini di Ezbekiyya Park, del tutto preclusi al pubblico. All’esterno, le bancarelle del mercato, accalcate in una stretta striscia fra la recinzione, un deposito di autobus dove regna il caos, e le strade trafficate di Ataba.

Nel 1985 ancora non so leggere l’arabo, quindi guardo soprattutto i poster. In quegli anni, sulla maggior parte campeggiano Amitabh Bhachchan, aitante attore di Bollywood, e una donna che fissa un serpente con fare provocante, come se stesse per baciarlo con quelle sue labbra carnose e rosse.

Tra le pile di libri usati, trovo un mucchio di testi in inglese. Si tratta soprattutto di edizioni semplificate dei classici – come Cime Tempestose, o Grandi speranze – che inondano i mercati delle ex colonie. Trovo un trattato scientifico intitolato L’aborto spontaneo e abituale. Il venditore mi informa che costa 25 piastre, faranno cinque centesimi. Farfuglio qualcosa in un arabo maccheronico e lo rimetto a posto. Il libraio sorride. Quell’anno ci ritorno spesso.

mahfuz
“Il rione dei ragazzi” (Awlad haratina)

Novembre 1989. Il muro di Berlino è caduto, o sta cadendo. In quel periodo, il mercato dei libri viene sfrattato dalle recinzioni di Ezbekiyya, mentre si costruisce la stazione della metropolitana di Midan Opera. Chissà se se n’è accorto qualcuno. Chissà se a qualcuno importa.

Tutti mi ripetono che devo leggere il romanzo di Naguib Mahfouz sulla morte di Dio. L’unico problema è che, dai tempi della prima edizione di Awlad Haritna, i tempi e i costumi sono cambiati. In origine, era stato pubblicato a puntate negli inserti del venerdì di al-Ahram, sul finire degli anni ’50. Oggi in Egitto è proibito: è giudicato controverso e anti-islamico.

Tutti mi ripetono che posso trovare il libro nella libreria Madbuli, in piazza Talaat Harb, e chiedendolo con discrezione. Mi reco sul posto e gironzolo con fare sospetto fra le sezioni della libreria. È come se stessi cercando riviste porno. Svariati commessi mi vengono a chiedere se mi serve aiuto. Infine, prendo il coraggio a due mani e dico: “Mi hanno detto che avete copie di Awlad Haritna“. Il commesso nemmeno mi guarda. Borbotta: “Si sono sbagliati, chiunque fossero”, e continua a spolverare la pila di libri che ha di fronte.

Giugno 1990. La guerra fredda è finita, ma Saddam Hussein deve ancora invadere il Kuwait e io voglio ancora trovare una copia del romanzo di Mahfouz. Un pomeriggio torno da Madbuli. Appena entro, un ragazzo magrolino della mia età mi chiede come può aiutarmi. Pronuncio il titolo con nonchalance, senza dire altro. Scompare nel retrobottega e riemerge con il libro in una busta di plastica. “Altro?”, e mi sorride. Per tutti i 23 anni seguenti, Ashraf rimane una delle prime persone che vado a trovare ogni volta che torno al Cairo. Da sei anni a questa parte ci tiene a chiedermi ogni volta di mia figlia, anche se non l’ha ancora mai incontrata.

Febbraio 1991. È iniziato il nuovo ordine mondiale, e tre studenti dell’Università del Cairo sono rimasti uccisi mentre protestavano contro la decisione di Mubarak di combattere a fianco delle truppe americane. In questi mesi, ho un appuntamento fisso il venerdì pomeriggio con un amico, Ahmad. Ci incontriamo alle bancarelle di libri usati dietro piazza Sayyida Zeinab. Inizio a trovare diversi libri che mi servono per i miei studi. Trovo la collezione completa della rivista letteraria Fusul, tanti vecchi numeri di al-Tali’a, classici di critica letteraria, edizioni anni ’50, quando le case editrici accademiche come Dar al-Ma’rifa avevano gli editor. Io e Ahmad vaghiamo per le bancarelle per un’ora o giù di lì, poi andiamo in un caffè, proprio dietro la piazza, dove discutiamo delle letture che mi ha assegnato per la settimana. Ho letto Althusser per mesi sotto la sua guida. Più tardi, quando torno a Berkeley per i miei seminari, le sue lezioni si rivelano preziose.

Gheddafi scrittore?!
Gheddafi scrittore?!

Gennaio 1994. La Fiera del libro del Cairo. Un evento annuale in cui tutte le case editrici del mondo arabo, e tutti i librai della città, portano la loro mercanzia in un polo per esposizioni industriali in stile sovietico a Medinat Nasr. Tempo grigio e freddo come al solito, giornata da tè caldo. Ci vado con un gruppetto di amici di sinistra. Abbiamo tutti fieramente addosso gli stessi cappotti di lana pesante comprati nel mercato all’aperto dietro la stazione Ramses. Prima di arrivare lì, Ahmad sbandiera tutte le tasche segrete che sua sorella gli ha cucito nella fodera. Passiamo la giornata vagando fra i banchi degli editori marocchini, dove si vendono le cose più interessanti. Ahmad si riempie le tasche. Visitiamo qualche salone dove poeti, critici e filosofi dibattono del tema del giorno. Un gruppo di critici letterari egiziani è seduto in un panel a parlare della raccolta di novelle del Fratello Leader Libico, intitolata Il villaggio, il villaggio! La terra, la terra! Discettano di quanto sofisticata sia la scrittura di Gheddafi e noi ridacchiamo alle loro parole; ci chiediamo quanto li abbiano pagati. Ci guardiamo incontro, ma non troviamo Ahmad. Più tardi scopriamo che lo hanno arrestato per taccheggio. Quando lo hanno scoperto ha provato a scappare, ma aveva più di trenta libri nel cappotto.

Giugno 1995. Scopro che il mercato di libri di Ezbekiyya è stato spostato da qualche tempo alle spalle dell’università di al-Azhar, nel quartiere di al-Bataniyya. Nel 1985 da quelle parti si vendeva hashish alla luce del sole, e costava meno della birra. Ora gli spacciatori non ci sono più. Per accedere al mercato dei libri usati si può entrare da Harat al-Atrak, una stradina piena di bancarelle di libri religiosi, e girare a destra verso le antiche mura cittadine, oggi mucchi di macerie medievali. Altrimenti si può prendere un taxi fino alla fine di Azhar Street, scendere alla Benetton, e girare a destra fino al mercato. Scopro un tesoro la prima volta che ci vado: un’edizione litografata ottocentesca delle Khitat di al-Maqrizi. È incompleta, ma il volume che mi serve per la tesi c’è. E dato che è incompleta, il venditore convince il rilegatore a farmi un bello sconto.

Marzo 1998. Ad un certo punto il mercato dei libri di Ezbekiyya è tornato in uno spazio fresco di ristrutturazione a Ezbekiyya, accanto al Teatro nazionale. Degli amici mi presentano Mustafa Sadeq, un rinomato libraio che lavora lì. Una volta seduti, gli descrivo i tipi di libri che mi interessano per un progetto sulla rappresentazione delle donne e della prostituzione nella letteratura egiziana. Ogni volta che torno, ogni settimana, mi fa trovare un nuovo mucchio di libri da sviscerare; la maggior parte non riguarda quello su cui sto lavorando, ma altri sì, da vicinissimo. Mi dice di averne tanti altri in magazzino e mi invita lì. Si trova in un vicolo nel quartiere di Hilmiyya, non lontano da dove studiavo Althusser di venerdì.

Quando arrivo, Mustafa Sadek mi sta aspettando. Apre la saracinesca ed entriamo. Indica un mucchio di vecchie riviste impolverate. Guardando il primo numero non credo ai miei occhi. Scorro pagine di storie erotiche, accompagnate da fotografie di donne nude in pose allusive. Cerco la data sul periodico: 1934. Guardo il successivo: lo stesso. E continuano. Alla fine guardo in alto e scopro che mi sta sorridendo. “Lo so che non cerchi solo letteratura, ma anche questa roba volgare”, mi dice, con un sorriso furbetto.

I reperti mi costano tutto quello che ho nel portafoglio, e gliene devo ancora un po’. Tornando a casa passo a trovare Shehata, un poeta e romanziere egiziano, per un tè. Tiro fuori tutti i giornali di donne nude che ho appena comprato e gli dico: “Riesci a crederci?!” – “Non sapevo neanche che questa roba esistesse”, ripete fra sé e sé. “È una risorsa molto importante, questa roba qui. Dobbiamo farci qualcosa di serio. Prestameli, li mostro a un editor. Insieme potremmo trovare un modo per ripubblicarlo come documento storico”. Incarto i giornali e glieli consegno. Ci accordiamo per rivederci dopo un paio di giorni, come al solito. Shehata non si presenta, e smette di rispondere alle mie email. Anni dopo, quando finalmente lo rivedo, si scuserà per essere sparito nel nulla. Stava passando un brutto divorzio. Quando gli chiedo delle riviste, sostiene di avermele restituite. Non le ho mai più viste.

Luglio 2002. Certi vecchi compagni di corso dell’università del Cairo hanno aperto una grande libreria – Sindbad – proprio dietro l’hotel Cosmopolitan, nel quartiere Bourse risorto a nuova vita. Ci vado e rovisto per ore. Nonostante sia più piccola dei negozi dietro l’angolo, quella libreria è più ricca di tesori. Passo un pomeriggio con Abdel-Rahman S. – persona brillante, fratello dell’altrettanto brillante Muhammad S. – che oltre a fare il professore all’università del Cairo è uno dei principali azionisti di Sindbad. Sono stato a pranzo da lui e sua moglie un paio di giorni prima, e stiamo seduti a chiacchierare mentre aspettiamo che un nostro ex professore, il critico letterario di sinistra più famoso d’Egitto, ci raggiunga. Ora, come allora, argomento della conversazione sono l’imperialismo americano e gli sforzi degli intellettuali egiziani nel boicottare Israele. Con noi c’è il figlio di Abdel-Rahman, un bambino di otto anni precoce e indisciplinato che si sta annoiando a morte. Ci fa domande da adulto, la qual cosa ci diverte un mondo. A un certo punto comincia a chiamarmi “americano imperialista e colonialista”. Tutti ridono. Poi sparisce. Dopo qualche minuto, io e Abdel-Rahman lo andiamo a cercare. Lo vediamo per il viale pedonale, che strattona una recluta egiziana che sta montando la guardia di fronte alla banca, all’angolo della strada. Il piccolo mi indica e grida “Allarme! Allarme! Al fuoco! Al fuoco!” Il soldato si piega in due dalla risate: non riesce a credere che il nemico sionista promesso si sia materializzato. Quando arriviamo, il bambino ha afferrato la pistola del soldato e me la sta puntando contro, urlando: “Eccolo! Ecco il nemico imperialista! Gli devi sparare”. Tutti gli astanti trovano la scena esilarante. Il soldato ride fino alle lacrime. Io, infuriato, vado via subito. Non ho più visto né sentito Abdel-Rahman.

A maggio 2011, incontrerò questo stesso ragazzo con la madre, lungo viale Champollion, di ritorno da una manifestazione a Tahrir. È cresciuto, e porta la bandiera rossa di un partito neonato, chiamato Gioventù Rivoluzionaria. Mi presento, ma non ricorda di avermi mai incontrato. Sua madre è imbarazzata di farsi vedere con me.

Luglio 2006. È la prima estate in cui conosco Dar Merit, la piccola casa editrice indipendente di proprietà di Muhammad Hashem. A differenza di altri editori in Egitto, Hashem non ha paura di pubblicare materiale che potrebbe procurargli guai con la censura. Ad Hashem non interessa controllare niente, anche se a volte questo comporta lasciarsi sfuggire errori di stampa: l’ho scoperto traducendo un romanzo amaro e sgarbato del nubiano Idris Ali, pubblicato per l’appunto da Dar Merit.

A chi entra da Dar Merit viene chiesto se preferisce un tè o un caffè. A chi si trattiene abbastanza a lungo succedono due cose. Primo: Muhammad rolla una canna enorme e ve la passa. Secondo: a quei tempi, il grande poeta egiziano Ahmed Fouad Negm passava spesso sul far della sera per improvvisare un salotto letterario. Mi ritengo fortunato che quell’estate entrambe queste cose mi siano accadute ogni volta che volevo.

A gennaio 2011, Dar Merit si è trasformata in una sorta di base operativa avanzata per giovani rivoluzionari. Qualsiasi poeta, critico, artista, cantante, qualsiasi macchinista di teatro avesse bisogno di un tè e un posto dove riposare lo poteva trovare da Dar Merit. Non fosse stato per loro, non avremmo nessun resoconto letterario serio dell’insurrezione del 2011. Da qualche mese a questa parte, Mohammad Hashem dice di volersene andare per sempre dall’Egitto.

Novembre 2012. Uno dei migliori posti dove comprare edizioni accademiche dei pensatori arabi classici è la libreria Mutanabbi, sita in Shari’ al-Gomhuriyya. Quando entro e chiedo di un’opera medievale sui jinn e gli efreet (Akam al-marjan fi ahkam al-jann, di Muhammad bin Abdallah al-Shibli) i commessi sorridono per educazione. La mia richiesta li mette in imbarazzo. Alla fine uno ammette: “Non abbiamo materiale sulle khurafat (superstizioni)”. Mi consigliano di andare ad Harat al-Atrak, nel quartiere dietro l’università di al-Azhar. “Se vuole testi sulle superstizioni, li troverà lì”, mi dice. È già buio da un po’, ma vado. Arrivo nel vicolo alle nove di sera mentre i primi negozi iniziano a chiudere. Domando in un negozio, mi indirizzano più avanti. Arrivo mentre il gestore sta abbassando la saracinesca; ma è sicuro di averne una copia, quindi riapre bottega per me. Non è un’edizione antica, ma nemmeno a buon mercato.

Per le dieci sono seduto in un caffè in Champollion Street e sto leggendo il libro mentre aspetto il mio vecchio amico Ahmad. Arriva verso le undici. Nel frattempo sono diventato un esperto della materia: so chi sono i jinn, dove abitano e i loro usi e costumi. A quanto pare, la società dei jinn è tanto sviluppata e complicata quanto quella degli umani.

Quando Ahmed entra, sto leggendo un capitolo che spiega come capire se si è sposati con un jinn. Insieme a lui c’è Sabry, un altro vecchio compagno di scorribande marxiste-leniniste. Gli leggo un trafiletto sui jinn che infestano i bagni e colpiscono il pene degli uomini risalendo un getto d’urina controcorrente. Per tutta l’ ora successiva, mi raccontano di gente che sanno sposata a jinn.

“I jinn sono ovunque”, attacca Ahmad. “Per esempio, prendi il Vecchio Sergente. Cammina per la strada con un vecchio cappotto di lana, come se fosse di pattuglia. Tu magari stai giocando con gli amici nel vicolo, e ti capita di salutarlo. E quando risponde al saluto militare, la testa gli si stacca e ti rotola incontro! A me non è mai capitato, ma quando ero piccolo è successo a un ragazzo nel mio quartiere”.

Interviene Sabry: “O la donna che bussa alla tua porta a notte fonda, chiamandoti per nome. Ha una voce meravigliosa. Socchiudi uno spiraglio e vedi questa donna che si stringe in un velo nero, con il viso coperto, e ti implora con quella voce flautata. Ha freddo e vuole solo entrare nel letto con te per potersi scaldare. E appena le apri la porta, si strappa il velo e scopri che è un mostro che ti vuole divorare”.

Mentre stiamo lì a parlare, la notte langue. I miei amici non ne possono più delle mie domande su “dove sta andando la rivoluzione”. Stanotte sono felicissimi di poter parlare di qualcos’altro. Non li vedo così di buon umore da un bel po’. Ahmad prende il libro e lo sfoglia mentre ci prendiamo una pausa da tutte quelle parole. Alla fine della strada sta iniziando un’altra protesta. Folle di ragazzi scorrono verso la piazza, altri tornano indietro di corsa, cercano di scappare o di tornare a casa, visi insanguinati, occhi pieni di lacrime, abiti strappati. Alcuni ridono, altri piangono. Tutti sono esausti, ma in qualche modo anche pieni di vigore. Ahmad solleva il libro e dice: “Sentite qua, questo parla di quei demoni che abitano nei vecchi palazzi in rovina”.

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