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Antidoti letterari

Ogni volta che ho in mente di scrivere di un libro o di un autore arabo, mi faccio alcune domande: come mi comporterei se, invece di fare divulgazione di letteratura araba, mi occupassi di letteratura norvegese, giapponese, o brasiliana (per dirne tre a caso)? Come vi parlerei degli autori di questi paesi? Come vi descriverei i loro libri? Quali parole sceglierei per raccontare i festival culturali e letterari che si svolgono a San Paolo, Tokyo o ad Oslo?

Se io fossi una studiosa di letteratura giapponese, in che termini vi porrei il rapporto tra questa letteratura e i lettori italiani? Se io fossi una appassionata di letteratura brasiliana, come vi racconterei le ultime uscite pubblicate dagli editori brasiliani? Se io fossi una lettrice di letteratura norvegese, quali libri e perchè proprio quelli, vi consiglierei?

Queste domande, sappiatelo voi che mi leggete, me le faccio quasi ogni giorno da quando ho aperto questo blog. No, anzi, da prima; probabilmente da quando ho scritto la mia primissima recensione, forse si era nel lontano 2009.

Perchè, sappiatelo voi che mi leggete, chi scrive di letterature, politiche e culture arabe (un contenitore semantico che racchiude universi di senso multiformi) oggi – e da un bel po’ in realtà – quasi sempre, quando parla di quello di cui si occupa, quando gli capita di parlarne in pubblico, sui media o su Facebook, prima di arrivare al cuore del discorso è costretto a fare una premessa.

Ogni volta, è necessario prima decostruire i discorsi che, già pronti e preconfezionati, giacciono sul tavolo immaginato di una conversazione tra noi e chi ci ascolta, o con noi interloquisce. Ogni volta, dobbiamo demistificare i pregiudizi, la mala informazione e lo stereotipo: questi convitati di pietra sono i nostri più pericolosi nemici.

Nel suo meraviglioso saggio, dal titolo L’infelicità araba, il saggista, intellettuale, storico, politico libanese Samir Kassir (ucciso in un attentato a Beirut nel 2005 per mano siriana), si chiedeva e ci chiedeva, con dolore e speranza allo stesso tempo: “Allo sguardo sull’Altro, a quello, come si sfugge? Come evitare di confrontarsi con ciò che rivela?”. Dove l’Altro era il mondo arabo e lo sguardo era il nostro di occidentali.

Allo sguardo di chi pensa di sapere tutto di te e ti giudica sulla base di sue idee, che possono essere di volta in volta ipocrite, in malafede e preconcette, come si sfugge?

Ebbene, io sono convinta che quello sguardo si possa correggere, o almeno ci si possa provare, attraverso un libro.

La letteratura, io credo, costruisce ponti di dialogo, accomuna le esistenze e l’esistente. La letteratura, da ch’è mondo, ci racconta quello che la politica e la storia omettono, per calcolo politico o ipocrita dimenticanza. È vitale perchè umanizza i popoli e ci rassicura sulla bellezza del mondo.

Il libro che ho in mente io, a differenza di altri e altri, è un romanzo scritto da un autore arabo (possibilmente un buon romanzo e ben tradotto).

Perchè la letteratura araba, a mio parere, può essere una perfetta contro-narrazione, un antidoto portentoso a quella narrazione che quotidianamente ci parla di stato di guerra, di scontro di civiltà, di assedio della “nostra” civiltà da parte della “loro”.

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Leggendo i romanzi arabi potremmo scoprire, ad esempio, che anche in Iraq si palpita d’amore allo stesso modo che qui. Che in Egitto, i ragazzi si vergognano allo stesso modo che qui, quando devono chiedere di uscire ad una ragazza. Che i bimbi di Fez giocano scalzi e vocianti nei vicoli della loro bella città proprio come da noi. Che in Siria si fa l’amore con la stessa passione che da noi. Che in Libano, i vicini sono gretti, invidiosi e meschini proprio come da noi. Che in Palestina, la mattina ci si alza e si guarda il sole “coltivando la speranza”* proprio come facciamo noi. E i morti, che sono ovunque uguali e meritano uguale dignità, si piangono esattamente allo stesso modo.

C’è un finissimo storico e intellettuale siriano che vive in Francia e che si chiama Farouk Mardam-Bey, che ha detto queste e altre cose molto meglio di me. È il curatore di una collana (che fa parte della casa editrice francese Actes Sud) dedicata alla letteratura araba contemporanea in traduzione francese, ed è impegnato da anni nell’impresa di “banalizzare la letteratura araba e il mondo arabo”.

Banalizzare qui non significa abbassare il livello dei discorsi, scadere nell’appiattimento della dicotomia noi vs loro. Vuol dire: “Liberarlo (il mondo arabo, ndr) dall’esotismo e far capire che esso partecipa – a pieno titolo – all’avventura della modernità”. Perchè del mondo arabo si ha un’immagine “deformata”, ma questo “non vuol dire che esso sia del tutto bello, puro e innocente. Vuol dire che non corrisponde ai cliché”.

E per ritornare alla letteratura, banalizzarla vuol dire semplicemente parlarne come se si parlasse di letteratura norvegese, brasiliana o giapponese, per tornare agli esempi di prima.

“La letteratura meglio di altri – scrive ancora Mardam-Bey – permette di comprendere la crisi multiforme nella quale si dibattono gli Arabi, di cui offre un’immagine più sfumata, di cui svela gli aspetti più intimi, le relazioni sociali. E, oltretutto, regala un fortissimo piacere della lettura”.

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* Il riferimento è all’incipit di Stato d’assedio, di Mahmoud Darwish (trad. e cura di W. Dahmash, Edizioni Q, Roma 2014).

3 pensieri su “Antidoti letterari”

  1. “La letteratura ci rassicura sulla bellezza” è una frase bellissima, così come è profonda la riflessione sullo sguardo dell’Altro. Credo anche io che la letteratura getti un ponte tra le culture e aiuti a capire che oltre tutte le differenze c’è alla base uno zoccolo duro, una costante umana per cui davvero ci si innamora dovunque. Alice S.

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