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La Siria che scrive: Faraj Bayrakdar e la poesia in carcere

Faraj Bayrakdar (anche Bayraqdar) è un poeta siriano che ha passato 15 anni nelle carceri sotto il regime di Hafez al-Assad, padre dell’attuale presidente Bashar. Nato nel 1951, è stato incarcerato nel 1987 con l’accusa di essere membro del partito comunista; il primo processo si è svolto però solo nel 1993, dove è stato condannato a 15 anni di lavori forzati.

È autore di quattro raccolte di poesie, inedite in italiano*, di cui solo alcuni componimenti sono stati tradotti in italiano da Elena Chiti su SiriaLibano qui e qui e da Jolanda Guardi su letture arabe qui.

Nel 1998 ha vinto il Premio Hellman-Hammet, l’anno dopo ha riportato l’International PEN Award del PEN American Center West e nel 2004 ha vinto invece il Premio Free Word dal NOVIB in Olanda.

Oggi vive in Svezia, dove lo ha incontrato di recente Joshua Evangelista di Frontiere News. Qui di seguito trovate quindi la sua lunga intervista – e un breve video – in cui il poeta parla del ruolo della poesia in questi tempi difficili, della sua esperienza in carcere, della rivoluzione siriana, dei crimini del regime di Assad e del ruolo dell’Occidente. E del futuro della Siria dice: “Prima o poi i siriani ricostruiranno la Siria. Ma la soluzione inizia con la fine del regime”.

di Joshua Evangelista

Dalla “festa di benvenuto”, la haflet al-istiqbal, inizia una lenta agonia che molto spesso porta alla morte. Il rapporto di Amnesty International racconta come si vive, e si muore, nelle carceri di Assad. Da decenni il regime siriano usa la tortura per stroncare gli oppositori, o presunti tali. Come è successo al poeta Faraj Bayrakdar, che ha passato quasi 14 anni dietro le sbarre, dal 1987 al 2000. «Tra un anno o due, dieci o venti la libertà si metterà la minigonna e mi accoglierà», scriveva in cella sul cartoncino delle sigarette, sperando di non essere visto dalle guardie. Oggi, rifugiato politico in Svezia, gira il mondo raccontando l’efferatezza del regime baathista, prima che la spettacolarizzazione della violenza plastica dei militanti dell’Isis renda definitivamente sopportabile le ingiustizie della dittatura all’opinione pubblica. «La memoria collettiva degli occidentali è piena di buchi e il regime è riuscito a trovare qualcuno peggiore per ripulirsi l’immagine. Così si dimenticano i passaggi che hanno portato a questa tragedia e si insiste con la retorica del male minore. È come se a un killer togli il pugnale insanguinato, gli dai una pacca sulla spalla e gli chiedi gentilmente di non farlo più».

Non ritiene inevitabile che l’attenzione sia concentrata sulla minaccia dell’Isis, soprattutto dopo gli ultimi attentati in Europa?

Nessuno può battere Isis, Jabhat al Nusra o le altre fazioni di matrice fondamentalista. Almeno finché non si rovescia Assad, che è l’altra faccia della medaglia. Mentre il mondo chiude gli occhi e sotto banco tratta con i terroristi, i media dimenticano che i massacri non vengono perpetuati solo dall’Isis.

Nel frattempo la guerra contro Isis sembra ben lontana dalla fine.

Potrebbero toglierli di mezzo subito, ma non conviene. Costa troppo. E chi paga? Arabia Saudita o Qatar? Prima che la guerra finisca si arriverà a un collasso totale. A quel punto il popolo tornerà alla vita di tutti i giorni, ma sarà una calma apparente. Non si dimenticherà cosa ha fatto il regime per mezzo secolo e come si è arrivati a questa spirale di fanatismo. Milioni di persone ogni notte incontrano nei loro incubi i propri morti e questo non è un problema che risolvi in venti anni. Gli incubi si tramandano di generazione in generazione.

Incubi che accompagnano i siriani anche nei disperati tentativi di raggiungere l’Europa.

L’Europa sta totalmente perdendo il controllo dei flussi migratori. Eppure tutti sapevano che rimuovendo il regime di Assad nel 2011 ciò non sarebbe accaduto. Ma evidentemente è più conveniente tenere milioni di disperati alle porte del continente.

Come siamo arrivati a questo?

Due settimane prima delle rivolte del 2011 ho scritto una lettera aperta all’Europa in cui criticavo Bruxelles per aver deciso di sostenere i “nostri” dittatori a discapito dei diritti umani. Erano le premesse per un’invasione di persone disperate, dissi.

Così è stato.

Non posso non ricordare i silenzi che hanno accompagnato i primi mesi della rivoluzione, quando centinaia di migliaia di persone laiche marciavano nelle strade chiedendo più diritti. Poi sono arrivate le bombe. E cosa hanno fatto gli occidentali? Invece di sostenere i giovani che sognavano una Siria libera, hanno destinato i propri soldi ai movimenti fondamentalisti: armi, cibo e medicine solo per loro.

Eppure molti di quei giovani hanno deciso di unirsi proprio ai quei movimenti.

È normale: sono i movimenti più ricchi. A Idlib conosco persone totalmente laiche che hanno deciso di combattere per l’Isis. Succede quando devi provvedere alla tua famiglia e gli altri non hanno nemmeno i soldi per darti un po’ di pane. E le potenze cosa fanno? Sostengono coloro che sono funzionali ai loro interessi, a occhi chiusi.

(continua qui)

[La Siria che scrive è una iniziativa di editoriaraba che ogni settimana presenterà un autore siriano attraverso le sue opere]

*edit al post: tra qualche settimana Nottetempo pubblicherà una raccolta di poesie di Bayraqdar tradotta da Elena Chiti. Il titolo della raccolta è “Il luogo stretto”. Vi terrò aggiornati.

 

 

4 pensieri su “La Siria che scrive: Faraj Bayrakdar e la poesia in carcere”

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