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Susan Abulhawa e quella ghurba della letteratura palestinese che non ha fine mai

Susan Abulhawa non ha di certo bisogno di presentazioni: è l’autrice di un bestseller, “Ogni mattina a Jenin” (Feltrinelli, 2011,) e di un altro romanzo di sicuro successo, “Nel blu tra il cielo e il mare” (Feltrinelli, 2015). Sono anni che viaggia in tutto il mondo per partecipare ad incontri, dibattiti e presentazioni dei suoi libri.

Il 29 luglio scorso si trovava al valico del Ponte di Allenby, lato giordano, per andare in Palestina, ma le è stato negato l’ingresso dalle autorità israeliane. A lei, palestinese ma con passaporto statunitense.

Di quelle lunghissime ore al valico, la scrittrice ha raccontato ogni dettaglio in questo post pubblicato sul suo profilo Facebook, e ha fotografato il passaporto che reca il timbro di diniego di ingresso.

Eppure per Abulhawa non era certo la prima volta che tornava in Palestina. Anni fa aveva partecipato al Festival palestinese della letteratura, per esempio.

Di questa storia non si è occupato quasi nessuno (e la stessa Abulhawa su Facebook ha scritto che non si sentiva speciale in alcun modo, perché quanto le era accaduto era pane quotidiano per i palestinesi di tutto il mondo): per fortuna ne ha scritto Paola Caridi in questo bel post sul suo blog Invisible Arabs:

Susan Abulhawa è palestinese. La sua famiglia è di Gerusalemme, e quando era piccola ha vissuto tre anni nel più famoso orfanotrofio della città, Dar El Tifl, nato per volere di una delle donne-icona della storia recente palestinese, Hind al Husseini. Ha vissuto la giovinezza, gli studi, il lavoro, la scrittura negli Stati Uniti, ed è cittadina americana. Passaporto americano, identità palestinese.

(continua qui).

La storia della letteratura palestinese recente è costellata di ritorni negati, esili, di una ghurba che non ha fine mai. E questa vicenda mi ha fatto tornare alla memoria due cose: una poesia, letta all’università, e un’autobiografia romanzata, letta qualche mese fa.

La poesia è della poetessa palestinese Fadwa Tuqan (1917 ca.), che sulle infinite e umilianti attese sul ponte di Allenby ha scritto lo struggente poema dal titolo “Sospiri davanti allo sportello dei permessi”. Ne avevo una copia in arabo, con traduzione in italiano, che purtroppo non trovo più. Cercando su Google ho trovato questa versione qui di seguito, ma il traduttore è ignoto. (Cercando ancora con Google, ho scoperto che la poesia fa parte della raccolta “Versi di fuoco e di sangue dei poeti arabi della resistenza”, trad. a cura di I. Nauri, East, Roma 1969. Non so se la traduzione che segue sia di Nauri, in caso contrario vi prego di segnalarmelo):

Fermarmi sul ponte a mendicare un permesso!

Ahimè! Mendicare un permesso di traversata!
Soffocarmi, perdere il respiro
Nella calura del meriggio
Sette ore d’attesa…
Ahi! Chi ha rotto le ali al tempo?
Chi ha paralizzato le gambe al giorno?
Il caldo mi flagella la fronte
E il sudore mi colma di sale gli occhi.

Ahimè! Migliaia d’occhi
Son fissi con ansia calorosa
Allo sportello dei permessi;
son specchi d’angoscia
titolo di ansia e di pazienza.

Ahimè! Mendicare un permesso!
E la voce di un soldato straniero
Scoppia furiosa come uno schiaffo
Sul volto della folla:
“Arabi… disordine… cani!
Tornate indietro!
Non avvicinatevi al cancello!
Indietro… cani!…”
Una mano sbatte con rabbia lo sportello dei permessi
Di fronte alla folla che preme,
chiudendo ogni possibilità.

(continua qui)

Il libro invece è “Ho visto Ramallah” (Ilisso, 2005, trad. dall’arabo di M. Ruocco), del poeta palestinese Mourid al-Barghuthi: questa autobiografia in forma di romanzo racconta il ritorno in Palestina del poeta dopo un’assenza forzosa durata trent’anni. Ritrovatosi infatti chiuso fuori dalla Palestina in seguito allo scoppio della Guerra dei Sei Giorni, e alla conseguente occupazione da parte di Israele della Cisgiordania (al-Barghuthi viveva con la famiglia a Ramallah, ma era originario di Deir Ghassana), il poeta fu costretto a vivere al Cairo, dove già risiedeva per motivi di studio.

Riuscì a tornare in Palestina solo nel 1996, grazie ad un permesso speciale: ma tutto era cambiato o, forse, era cambiato lui, che dopo l’esilio al Cairo aveva conosciuto un doppio esilio in Ungheria, a causa del suo attivismo politico malvisto dalle autorità egiziane dell’epoca.

Il poeta nel libro racconta di un ritorno dolceamaro: dolce, perché finalmente poteva rimetter piede in quella che era la sua patria. Ma al tempo stesso amaro, perché la ghurba, l’esilio infinito, lo aveva cambiato: aveva modificato la sua percezione dei luoghi amati. Il poeta non riconosceva più il ragazzo che quei luoghi aveva abitato, né riconosceva più quei luoghi, trasfigurati da anni di sogni e immagini rivisitate dalla lontananza.

Deir Ghassana non è più un’idea oppure la voce in un incartamento. Emerge da una dimensione astratta e mi osserva mentre l’attraverso. E presto mi riconoscerà, appena si spegnerà il motore dell’auto di Anis. Aprirà l’ampia parentesi che comprende trent’anni della mia vita, e ne chiuderà un’altra. Così tutto il periodo di tempo vissuto nella ghurba sarà messo tra parentesi.

Tuttavia, nessuno, tra tutti i bambini che giocavano per strada, mi conosceva. […] Non chiedo. È da stupidi comportarsi da turista nel luogo in cui si è nati e chiedere: chi è quello, e questo cos’è?

[L’immagine di copertina è un’opera dell’artista Samah Hijawi, che fa parte di una serie dal titolo Paradise Series (2013) in cui l’artista mostra un’immagine perduta e paradisiaca della Palestina, rappresentata attraverso dei collage di immagini, foto e dipinti di artisti palestinesi degli anni ’50. Il collage, e la voce narrante che li accompagna, “esplorano i modi in cui la Palestina è stata rappresentata, registrata e ricordata nella cultura orale e visiva”. Paradise Series fa parte della mostra “Echoes and Reverberations”,  che ho visto al Festival Shubbak di Londra].

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