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Hoda Barakat: il senso, la paura e l’ironia

Guido Caldiron su il Manifesto di qualche giorno ha intervistato la scrittrice libanese Hoda Barakat, di passaggio a Firenze per partecipare ad un convegno della Società delle Letterate, proprio in quei giorni terribili di Beirut e Parigi, città che l’autrice conosce bene perché sono in qualche modo entrambe la sua casa.

Nata a Bsharre, il paese di Khalil Gibran, Hoda Barakat ha studiato letteratura francese a Beirut, si è poi trasferita a Parigi per conseguire il dottorato ed è tornata a Beirut quando la guerra civile era già esplosa. Nella capitale libanese ha lavorato come insegnante, giornalista e traduttrice ma nel 1989 è tornata a Parigi: “Quando ho avuto troppa paura per me e i miei figli, ho capito che era venuto il momento di partire”, ha detto a il Manifesto.

È una delle autrici arabe e libanesi più importanti della letteratura libanese e araba contemporanea, che purtroppo nel nostro Paese non riesce più a trovare molto spazio: dopo essere stata pubblicata in italiano da Ponte alle Grazie (L’uomo che arava le acque; Lettere da una straniera) e Jouvence (Malati d’amore), nelle bellissime traduzioni di Samuela Pagani, non abbiamo più avuto il piacere di leggere niente di suo in traduzione. Un vero peccato.

Nell’intervista a il Manifesto l’autrice parla di come ha vissuto la strage di Parigi, lei che abita vicino il Bataclan, e di come ritenga sia necessario capire meglio qual è la minaccia con cui ci stiamo confrontando:

“Non abbiamo a che fare con un’ideologia che può essere sconfitta dando questa o quella risposta. Per il momento credo che l’unica cosa da fare sia cercare di affinare il nostro sguardo per capire davvero con che cosa ci stiamo misurando, certi solo del fatto che si tratta di una minaccia inedita”

e di come reputi “per molti versi” questi uomini che si immolano così giovani “degli «orfani della République», una delle conseguenze più terribili e drammatiche del fatto che la Francia democratica non ha mai assunto fino in fondo il proprio passato coloniale e imperiale”.

Nell’intervista parla anche dei suoi romanzi e della sua esperienza di auto-esilio in Francia e se volete leggerla eccola qui: Hoda Barakat rompe la gabbia dell’appartenenza.

Su al-Modon ha invece pubblicato un articolo in cui racconta, tra il serio e il faceto, di come aveva passato la notte precedente il suo intervento al convegno di Firenze, la notte degli attacchi a Parigi. Di come, dopo aver sentito le notizie che arrivavano dalla Francia, paralizzata dalla paura, ogni idea che aveva avuto per il suo intervento dell’indomani fosse svanita e l’unica cosa che voleva era tornare a casa sua a Parigi e chiudersi la porta alle spalle. Poi si sarebbe scusata con gli organizzatori della conferenza.

Invece ha deciso di rimanere e nella seconda parte dell’articolo racconta di come il giorno dopo non aveva disdetto l’incontro ma aveva chiarito alla sua ospite del convegno, che aveva pensato di modificare un po’ il programma così da permettere al pubblico di farle qualche domanda su quanto accaduto la notte prima, che lei è prima di tutto una scrittrice e non una commentatrice politica. Racconta di come la sua ospite non avesse capito cosa lei intendesse quando aveva ribadito che scriveva romanzi e non si occupava di politica, al che aveva avuto l’idea – poi abbandonata subito – di chiedere al tassista di portarla subito in aeroporto.

Hoda Barakat poi è rimasta alla conferenza, per cause di forza maggiore, e in qualche modo se l’è cavata, con un bel po’ di ironia: potete leggere qui come (*l’articolo è in arabo).

Le immagini di copertina le ho trovate su Google, sono dei graffiti che si trovano sui muri di Beirut.

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