città siriana

Scrittori arabi e rivoluzioni, cinque anni dopo

L’ultimo numero di Internazionale deve il suo titolo “L’inverno arabo” all’articolo pubblicato all’interno, che racchiude le riflessioni di sette scrittori arabi a cinque anni dalle rivoluzioni arabe del 2011. 

I sette autori sono: il blogger e attivista egiziano Alaa Abdel-Fattah, in carcere in Egitto da circa un anno; Nouri Gana, autore tunisino che vive in California; Joumana Haddad, scrittrice e giornalista libanese; Mourid Barghouthi, poeta palestinese che vive al Cairo; Robin Yassin-Kassab, scrittore siriano che vive in Inghilterra; Laila Lalami, scrittrice marocchina che vive negli USA; Khaled Mattawa, poeta libico che vive negli USA.

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L’articolo di Internazionale è, come sempre, la traduzione di un altro articolo: I was terribly wrong – writers look back at the Arab spring five years on (Mi ero terribilmente sbagliato – gli scrittori riflettono sulla primavera araba a cinque anni di distanza), pubblicato sul Guardian il 23 gennaio scorso.

Nell’articolo originale, ai dieci scrittori arabi interpellati (oltre ai sette elencati prima, hanno scritto anche la scrittrice egiziana Ahdaf Soueif, lo scrittore e saggista palestinese Raja Shehadeh e il poeta palestinese-egiziano Tamim al-Barghouthi) era stato chiesto di fare un bilancio sulle rivoluzioni arabe, cinque anni dopo la pubblicazione di altri loro articoli apparsi nel 2011, dove avevano espresso ottimismo e speranza.

Le loro riflessioni a cinque anni dal 2011 sono piene di amarezza ma non di disillusione (va detto, tranne Joumana Haddad). Amarezza per come le speranze e le energie dei giovani – e meno giovani – del 2011 sono state schiacciate e disperse con forza e brutalità da regimi e apparati di regimi dittatoriali e liberticidi.

Le parole di Alaa Abdel Fattah sono le più pesanti: dalla sua cella nella prigione del Cairo, scrive che non ha più nulla da dire, perché troppe volte il regime egiziano ha voluto silenziarlo e ogni volta che lo metteva a tacere, in lui le parole morivano poco a poco. Finchè sono scomparse del tutto. Non è scomparso però il ricordo di “quella sensazione di possibilità” che circolava nell’aria nel 2011, e che era “reale”.

“Sarà anche stato ingenuo credere che il nostro sogno si sarebbe potuto avverare ma non era da sciocchi credere che un altro mondo fosse possibile. Era davvero possibile. O, almeno, così me lo ricordo”.

Decisamente più ottimista è Mourid al-Barghouthi, uno che nella sua vita ne ha subite non poche. Impossibilitato a tornare in Palestina dopo il 1967, è rimasto in esilio al Cairo, da cui poi è stato esiliato dal Presidente Sadat a causa del suo attivismo politico a favore della lotta palestinese. Dopo 17 anni di esilio all’estero, molti dei quali passati a Budapest, ha potuto fare ritorno al Cairo dalla sua famiglia. Le sue sono parole di incoraggiamento: “La rivoluzione è ancora possibile” perché le “ragioni materiali del 25 gennaio 2011 – corruzione, tirannia e povertà – continuano a esistere e hanno un aspetto più minaccioso di prima”. E perché chi l’ha sperimentata la prima volta nel 2011 non l’ha dimenticata: “L’hanno fatta una volta, e questo prova che possono rifarla”.

Chi fa mea culpa è Robin Yassin-Kassab. Sue sono le parole “Mi ero terribilmente sbagliato” del titolo dell’articolo. Lo scrittore siriano aveva sottovalutato la ferocia del regime di Assad, e la sua capacità di schiacciare con la violenza le ragioni pacifiche delle proteste del 2011, iniziate nel sobborgo semi-sconosciuto di Daraa. Dopo cinque anni in cui “la Siria è stata testimone degli abissi della depravazione umana”, Yassin-Kassab seppure profondamente affranto per le terribili condizioni in cui vivono oggi i siriani, in Siria e nella diaspora, non può che celebrare il coraggio, la resistenza e la creatività dei siriani che hanno dimostrato “una capacità di ripresa straordinaria nella più terribile delle situazioni”.

“La rivoluzione non è finita, forse è appena cominciata”

è quanto pensa invece il poeta libico Khaled Mattawa, che firma un articolo poetico e agrodolce sulla resilienza, anche qui, dei cittadini e delle cittadine di Bengasi. Circondati da cumuli di spazzatura da una parte, e dagli echi delle esplosioni, gli abitanti di Bengasi sopravvivono con energia e creatività. Mattawa ci racconta di una scuola che al pomeriggio si trasforma in università, quasi interamente gestita da giovani. Scopre che c’è un Festival di arte e letteratura che si chiama Huna Bengasi (Qui Bengasi) dove “l’atmosfera è gioiosa, ma il caos è palpabile”. Si odono esplosioni, c’è la puzza delle cicche di sigaretta abbandonate ovunque. Ma nei dintorni c’è anche l’esperienza di Tanarout, collettivo di artisti che organizza attività culturali per bambini e giovani artisti.

Termino la lettura dei sette articoli e mi dico che il titolo dato al numero di Internazionale “L’inverno arabo” è non solo banale, ma anche ingiusto. Suona quasi come una condanna a morte. E che ne è allora delle parole di speranza e di coraggio che questi autori hanno espresso nei loro articoli?

Inoltre: in questi giorni ho letto che qualcuno si lamentava che nel dibattito italiano che si è aperto dopo l’uccisione di Giulio Regeni mancavano le voci degli egiziani. E degli arabi in generale. Credo che leggere gli scritti di questi autori ci possa aiutare a capire quello che non sappiamo vedere con i nostri occhi. Ci aiuta a riportare tutto ad una dimensione di umanità, che spesso non trova spazio nei dibattiti.

Molti degli autori degli articoli sono stati tradotti in italiano:

Ahdaf Soueif, Il Cairo. La mia città, la nostra rivoluzione (trad. di N. Poo, Donzelli 2013)

Mourid al-Barghouthi, Ho visto Ramallah (trad. di M. Ruocco, Ilisso 2005)

Raja Shehadeh, I diari dell’occupazione (trad. di C. De Martino, Castelvecchi 2014)

Robin Yassin-Kassab, Il traditore (trad. di A. Buzzi, Il Saggiatore 2008)

Joumana Haddad, Superman è arabo (trad. di D. Silvestri, Mondadori 2013)

In ultimo, vi segnalo un bellissimo articolo sulla Siria dello scrittore libanese Elias Khoury, dal titolo evocativo A Damasco batte il cuore del mondo:

La morte circonda ogni cosa e la politica delle grandi potenze, con il suo scandaloso vuoto di valori, è la tomba della politica. Nel mondo arabo, invece, lo scandalo sono le dittature e il fatto che le rivoluzioni siano state ridotte in cenere da chi spadroneggia su quest’epoca tumultuosa. Tutto ciò converge contro un popolo la cui tragedia e il cui dolore sono diventati universali. Oggi in Siria i valori umani sono sottoposti alla loro prova più estrema, calpestati dai ladri di un regime globale ostaggio del capitalismo più selvaggio e da un regime arabo che rischia di disintegrarsi.

Siamo diventati tutti siriani. La coscienza non parla soltanto agli arabi, ma a tutti coloro che credono nella giustizia e nella libertà.

Vi consiglio di leggerlo tutto, lo trovate a questo link su Internazionale.

[Elias Khoury è uno dei più importanti scrittori libanesi e arabi contemporanei, autore di numerosi romanzi. Alcuni di questi sono stati tradotti in italiano (tutti da E. Bartuli): Facce bianche (Einaudi, 2007), La porta del sole (nuova ed. pubblicata da Feltrinelli, 2014), Specchi rotti (Feltrinelli, 2014). Il suo ultimo romanzo è Awlad al-ghetto. Ismi Adam (I ragazzi del ghetto. Il mio nome è Adamo), Dar al-Adab, Beirut 2015]

L’immagine di copertina, dal titolo “Città d’amore in tempo di guerra” è del disegnatore siriano Wissam al-Jazairy.

 

 

2 pensieri su “Scrittori arabi e rivoluzioni, cinque anni dopo”

  1. cara E.A. sono perfettamente d’accordo con la tua analisi. l’Internazionale è sempre più deludente e superficiale. la copertina e il titolo ad effetto ricalcano le ormai decine di copertine/titoli analoghi in varie lingue usciti in questi ultimi 5 anni. questa contrapposizione primavera/inverno arabo è non solo ingiusta, ma soprattutto, fuorviante, non solo rispetto al pensiero degli intellettuali arabi in questo caso intervistati (nota, la cui maggioranza vive all’estero: la Haddad è come il Dalai Lama che non sta mai a casa sua), ma anche rispetto a quanto espresso da moltissimi altri intellettuali arabi in questi anni (un nome per tutti: Rami Khoury). condensare gli esiti delle rivolte nella tragica situazione della Siria è un’operazione scorretta, rafforzata in questi giorni dalla vicenda del povero Regeni che finisce per diventare, nella parole di media da strapazzo, l’ennesima prova che gli arabi devono starsene zitti e buoni perché ogni qualvolta provano ad alzare la testa la situazione loro (e “nostra”) peggiora.

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