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Se un libro sulla Siria fa paura

The Independent ieri ha riportato che il 25 luglio scorso Faizah Shaheen, una giovane inglese, è stata fermata all’aeroporto di Doncaster dalla Polizia del South Yorkshire. Perché? Perché sul volo di ritorno dal suo viaggio di nozze in Turchia stava leggendo Syria Speaks. Art and Culture from the Frontline, un libro pubblicato lo scorso anno dall’editore anglo-libanese Saqi Books che raccoglie poesie, disegni, testi, graffiti e immagini di artisti e intellettuali siriani sulla rivoluzione siriana. 

Per lo staff della compagnia aerea Thomson Airways, con cui Faizah aveva volato, quel libro era sospetto e per questo ha segnalato la giovane. Faizah Shaheen è stata trattenuta ed interrogata per 15 minuti. La segnalazione e l’interrogatorio sono stati possibili per via della legge sul Terrorismo, comma 17, che dà libertà di manovra alla polizia inglese di fermare chiunque, nelle stazioni, aeroporti e porti, sembri coinvolto in attività terroristiche o criminali.

“Our crew are trained to report any concerns they may have as a precaution”, hanno riportato dalla compagnia aerea, che non si è ancora scusata con Faizah Shaheen. Ironia della sorte, la giovane lavora nel sistema sanitario nazionale e si occupa di bambini e adolescenti con disturbi mentali. Parte del suo lavoro è prevenire il rischio di radicalizzazione di giovani disagiati.

Quando è uscito, Syria Speaks ha avuto molta copertura mediatica. Eventi pubblici con intellettuali siriani sono stati organizzati in diverse città inglesi. Vi hanno partecipato anche gli scrittori Nihad Sirees, Khaled Khalifa e molti altri.

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Il volume, recensito da Caterina Pinto su ArabMediaReport, raccoglie le opere di circa 50 artisti e intellettuali siriani contemporanei, tra i più rappresentativi sulla scena culturale locale. Alcuni di questi vivono ancora in Siria, altri fanno parte della diaspora, che diventa di giorno in giorno sempre più folta. I loro contributi rendono omaggio alla forza e al coraggio della rivoluzione siriana, scoppiata nel paese nella primavera del 2011. Sono la testimonianza visiva e scritta di un popolo colto e orgoglioso, fiero e traboccante di umanità.

Curato da Malu Halasa, Zaher Omareen e Nawara Mahfoud, Syria Speaks ha ricevuto il sostegno della fondazione danese Prince Claus Fund for Art and Culture, del British Council, di English PEN e dell’Arab British Centre.

E’ evidente che lo staff della compagnia aerea su cui viaggiava Faizah Shaheen non sapeva nulla di tutto questo. Il loro occhio “vigile” apparentemente si è fermato di fronte alle parole SYRIA e FRONTLINE e alla copertina su cui è disegnato un bambino che tira con la fionda. Ovvero: Siria + in prima linea + “arma”. Eppure, come ha suggerito un lettore del quotidiano inglese, sarebbe bastato fare una ricerca su Google o su Amazon per capire che tipo di libro è Syria Speaks.

Oggi essere arabi, musulmani, siriani è diventato un marchio d’infamia. Negli ultimi mesi si sono moltiplicati i casi di persone fermate e interrogate perché parlavano arabo, leggevano libri in arabo o erano semplicemente di fede musulmana.

Anche l’Italia fa la sua parte: Lorenzo Declich su Vice ci ha ricordato di quando, a Vigevano, la polizia interpretò erroneamente alcuni messaggi d’amore scritti in arabo (“Non c’è mai riposo,” “Ti amo, te lo vorrei dire mano nella mano”, “Comunque ti amo ancora”) traducendoli con: “Proprietà musulmana. Allah è grande. Protegga i bambini che giocano qui”. Quando si scoprì il macroscopico errore era già troppo tardi, la cittadinanza era ormai in stato di allerta.

La vicenda occorsa a Faizah Shaheen è quindi solo l’ultima di una lunga serie di incresciosi eventi che stanno trasformando la cultura arabo – musulmana in un feticcio di cui aver paura. L’Islam fa paura, gli arabi fanno paura e, tra loro, sono i siriani oggi quelli maggiormente sulla linea di tiro. Come ha scritto Zaher Omareen nel comunicato stampa apparso sul sito di English PEN in seguito alla pubblicazione dell’articolo: “Syria is not an accusation. And we, the Syrians, must not be constantly under suspicion”.

Nel 2003 ero su uno dei tanti treni regionali che attraversano in lungo e largo Roma. Stavo andando all’università e avevo con me un libro di grammatica araba aperto sulle ginocchia. Caso volle che su quel treno viaggiasse anche una coppia di suorine irachene: “Studi arabo?”, mi chiesero sorridendo (ancora me lo ricordo) – “Sì, all’università” – “Brava, fai bene, è una lingua bellissima. Però lo sai dove si parla l’arabo migliore di tutto il mondo arabo?” – “No…” – “In Iraq, c’è la variante più bella e più vicina all’arabo classico. Dovresti venirci e studiare lì l’arabo!”.

Non mi ricordo cosa avevo risposto. Ma ricordo che anche il solo pensiero di poter volare fino a Baghdad per studiare l’arabo mi aveva fatto sognare ad occhi aperti e immaginare come sarebbe potuto essere.

Era 13 anni fa. Con un po’ di angoscia non posso fare a meno di chiedermi cosa succederebbe oggi se qualcuno mi vedesse leggere un libro in arabo su un treno regionale italiano.

2 pensieri su “Se un libro sulla Siria fa paura”

  1. È sempre più sospetto informarsi a prescindere, purtroppo, più che mai sulle questioni di attualità legate al medio oriente. Non ti accontenti delle “notizie” sui media principali o su siti internet beceri che ti riflettono le idee che hai già? Sei disposto a un approfondimento a mente aperta, accettando che si possano smontare i tuoi preconcetti e le tue idee date dal vedere arabi e musulmani come gente di un altro pianeta? Allora hai qualcosa che non va. Nel migliore dei casi sei un buonista di (parolacce a caso), nel peggiore di certo stai diventando un terrorista, se sei una donna una zoccola oca che si è innamorata di un terrorista.

    In un certo senso mi conforta aver comprato alcuni titoli iracheni in formato digitale, così posso leggere in santa pace. Quando stavo leggendo “Il fondamentalista riluttante” qualcuno mi ha chiesto se fosse un manuale di istruzioni, per capirci.

    Però è veramente assurdo.

  2. Anch’io ero solita viaggiare in treno con un libro di grammatica araba sulle ginocchia ai tempi dell’università. E ho la casa piena di libri su Osama bin Laden e al-Qaeda, mia tesi di laurea. Stavo pensando proprio qualche giorno fa… e se lo facessi adesso? Un treno e un libro in arabo. Un esperimento che prima o poi farò. Anche se ovviamente tutto ciò è allucinante. Un abbraccio

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