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Rompere gli stereotipi in un campo palestinese a Beirut

Qualche settimana fa a Beirut ho conosciuto Ashraf El Chouli, musicista palestinese che nel campo di Bourj el Barajneh, a sud della capitale libanese, ha aperto un centro culturale per favorire l’incontro tra libanesi e palestinesi.

Sono andata a vederlo, e dalla mia chiacchierata con lui è nato questo articolo che è uscito su Internazionale la settimana scorsa. Buona lettura. 

Fa caldissimo a Beirut ad agosto, l’aria è rovente. Non è solo questo a fiaccare lo spirito, ma è soprattutto l’ertubeh, l’umidità. Dicono che questa estate abbia raggiunto picchi del 100 per cento. Se non hai la “ac”, l’aria condizionata, è difficile sopravvivere in città. Case, taxi, pulmini, ristoranti: tutti con l’aria condizionata accesa, in genere impostata a 16-17 gradi. Fuori, i gradi percepiti sono circa 45, mentre quelli reali, dicono, sono poco più di 30.

Un condizionatore perfettamente funzionante fa bella mostra di sé anche nel centro culturale Jafra meeting place, che si trova nel campo palestinese di Bourj el Barajneh, periferia sud di Beirut. Jafra non dista molto dall’ingresso principale del campo, che dà sulla vecchia, trafficatissima strada di collegamento tra Beirut e l’aeroporto. È al primo piano di un palazzo che ospita anche un ufficio di Medici senza frontiere.

C’è scritto maftuh (aperto) sulla porta d’ingresso: tre sale colorate, un bancone da bar, tavoli e poltrone, una lavagna, una piccola biblioteca, un murales dedicato al poeta palestinese Mahmud Darwish (1941-2008) e un altro allo scrittore palestinese Ghassan Kanafani (1936-1972). La foto di Yasser Arafat è appesa di fronte all’entrata. Sopra la porta c’è il logo di Jafra e una scritta: “Jafra 48… al-hobb wal-fikra” (Jafra 48, l’amore e l’idea).

“Abbiamo comprato il condizionatore grazie alla collaborazione con una ong con cui stiamo organizzando un workshop: aiuterà i giovani del campo a realizzare i loro progetti imprenditoriali”, racconta Ashraf el Chouli, la mente, lo spirito e il cuore di Jafra.

Ashraf non è di Bourj: è nato nel campo palestinese di Rachidiyyeh, vicino a Tiro, nel sud del Libano. Si è trasferito a Beirut per fare il musicista: dopo aver lavorato come esperto nella protezione dell’infanzia per varie ong internazionali, oggi si esibisce sui palchi underground di Beirut, dove suona l’oud e canta con la sua band. L’idea di aprire Jafra nel campo di Bourj ce l’aveva da tempo, ma non aveva mai avuto l’opportunità economica, che è invece arrivata nel 2015.

“Ho aperto Jafra poco più di un anno fa con i miei soldi, senza ricevere fondi da nessun partito o movimento politico. Volevo infrangere gli stereotipi che i palestinesi e i libanesi nutrono gli uni nei confronti degli altri. Volevo che i libanesi venissero nel campo per conoscere la realtà di Bourj e volevo fargli vedere che anche qui possono succedere cose belle. Perché se è vero che la guerra civile è finita nel 1990, i pregiudizi da entrambe le parti sono ancora ben presenti”.

Continua qui: La musica rompe gli stereotipi nei campi profughi palestinesi in Libano.

[L’immagine di copertina, che ritrae Ghassan Kanafani, è presa dalla pagina Facebook di Jafra]

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