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Egitto, scrittura e censura: il caso contro Ahmed Nagy

Ahmed Nagy, giovane e promettente scrittore egiziano, tra pochi giorni dovrà andare in tribunale a difendere il suo romanzo, Istikhdam al-Hayat (L’uso della vita), il cui capitolo sesto (che trovate online qui) avrebbe offeso la morale per il suo “contenuto sessuale osceno”. In questo capitolo si racconta di una serata in cui il protagonista beve alcol e fuma hashish con gli amici e di un rapporto sessuale con la donna che frequenta. Vale la pena sottolineare che il romanzo era stato pubblicato nel 2014, aveva ricevuto l’approvazione da parte dell’autorità egiziana per la censura ed è in vendita da più di un anno in tutte le principali librerie. I dettagli della vicenda li trovate su Mada Masr a questo link o su Arablit qui; nel post di oggi, invece, Elisabetta Rossi, che ha tradotto il romanzo per la sua tesi magistrale, ci racconta chi è Ahmed Nagy e di cosa parla il romanzo. In coda al post, inoltre, trovate la traduzione –  inedita in italiano –  del capitolo incriminato, tradotto da Elisabetta e pubblicato qui con il consenso dell’autore. 

di Elisabetta Rossi*

Il prossimo 14 novembre, a quasi un anno esatto dalla pubblicazione del suo romanzo Istikhdam al-Hayat (‘L’uso della vita’, Il Cairo, Dar al-Tanwir, 2014), lo scrittore, giornalista e blogger egiziano Ahmed Nagy si troverà in un’aula di tribunale penale a difendere la sua opera, censurata per “offesa alla morale”, accusa che rientrerebbe nella legge che punisce i reati contro la morale pubblica.

La copertina del libro
La copertina del libro

Un bavaglio posto sulla bocca di uno dei più rappresentativi scrittori egiziani della nuova generazione. Nagy, che esordisce come scrittore nel 2007 con Rogers (tradotto anche in italiano da Barbara Benini e pubblicato nel 2010 dalla casa editrice Il Sirente con il titolo Rogers e la Via del Drago divorato dal Sole), è una delle voci più originali della letteratura egiziana: il suo primo romanzo è un gioco fatto di sogni, illusioni e allucinazioni del protagonista, scanditi dalle note dell’album dei Pink Floyd, The Wall, che sapientemente si intrecciano alla narrazione creando un interessante esperimento letterario.

Questo interesse per lo sperimentalismo è riproposto nel suo secondo romanzo, Istikhdam al-hayat, un’opera a cavallo tra il romanzo tradizionale e quello grafico: coautore del libro è infatti il cairota Ayman al-Zurqany, le cui illustrazioni si alternano ai capitoli del romanzo. La presentazione del libro, di cui si può avere un assaggio nel video che segue, ha avuto luogo al Cairo il 24 novembre 2014 in una galleria d’arte a Zamalek e ha coinciso con l’esposizione delle tavole di al-Zurqany.

Tornando al romanzo e al caso di censura, non è certo questa la prima volta che la letteratura egiziana contemporanea presenta personaggi poco edificanti: basti pensare per esempio a ‘Abdallah, protagonista del romanzo di Ahmad al-‘Aydi Essere ‘Abbas al-‘Abd (Milano, Il Saggiatore, 2009, trad. dall’arabo di Carmine Cartolano)[1], opera dissacrante che apre la strada al pulp nella letteratura araba.

Sebbene i lettori occidentali siano abituati a personaggi ribelli, trasgressivi e non propriamente rassicuranti – un esempio su tutti, il Mark Renton di Trainspottingnel mondo arabo questa nuova tipologia di “eroe postmoderno” mostra caratteristiche difficilmente rintracciabili negli schemi letterari del passato.

‘Abdallah beve alcolici, fuma hashish e intrattiene relazioni libere con le ragazze; la sua schizofrenia lo porta a uno stadio di alienazione che lo dirotta verso un rapporto conflittuale con la società e la città in cui vive, Il Cairo. Allo stesso modo il protagonista di Istikhdam al-hayat, Bassàm, vive i suoi ventitré anni al Cairo con un senso di frustrazione dovuto allo stridente contrasto tra la sua volontà di autoaffermazione e di ricerca della libertà e il rigido tradizionalismo della società cairota:

«Per tutto il tempo che vivi o ti muovi dentro al Cairo, sei costantemente denigrato. Sei destinato a incazzarti. Anche se impieghi tutte le forze della Terra non puoi cambiare questo destino. Sei soggetto in ogni momento ai pettegolezzi che ti arrivano da sopra e da sotto, da destra e da sinistra»,

riflette Bassàm quando si trova ad affrontare un percorso a ostacoli ogni qualvolta decide di salire a casa di una ragazza senza cadere nelle grinfie del portinaio.

Il sesso, le droghe e l’alcol sono i divertimenti del protagonista e del suo gruppo di amici, le cui avventure raccontano in chiave ironica le difficoltà quotidiane della gioventù cairota. Il capitolo entrato nell’occhio del ciclone, che qui presentiamo, è proprio quello in cui Nagy parla dell’uso di droghe tra i giovani cairoti e che culmina con una scena di sesso, considerata appunto, “offensiva per la morale pubblica”. Ma il romanzo di Nagy non si limita a un vivace racconto di scorribande giovanili: la complessa struttura narrativa, priva di leggi temporali, racconta un’avventura metropolitana fantasiosa e surreale.

Il Cairo diventa così una vera e propria città “postmoderna” e il romanzo si tramuta in un’amara satira sulla capitale egiziana, di cui Nagy descrive le profonde contraddizioni. L’autore stesso non ama questa città, che vede sporca, inquinata, sovraffollata, asservita alle leggi del consumismo e che ostacola le relazioni sentimentali, come spiega anche in questa intervista.

Nello stile di Nagy, la critica sociale è spesso ironica e sottile fino a colorarsi di sfumature fantastiche e fantascientifiche: l’autore nel romanzo dà vita a una società segreta, “La Società degli Urbanisti”, un’organizzazione retta dalla potente maga Paprika, che vuole distruggere la millenaria città per creare un nuovo centro urbano futuristico, retto dalle macchine e dalla tecnologia: una sorta di distopia di cui Nagy si serve per parlare del presente, immaginando un futuro fittizio. L’analisi di Ada Barbaro ne La fantascienza nella letteratura araba (Roma, Carocci, 2013) mostra quanto il genere fantascientifico sia stato sperimentato in ambito arabo. Questo romanzo presenta inoltre un ulteriore elemento di fantascienza: si tratta della catastrophic fiction, genere in cui catastrofi naturali e distruzione colpiscono il pianeta. É esattamente quello che accade nell’incipit del romanzo, che si apre con la tragedia del cataclisma che spazza via la città del Cairo, sommergendo sotto le sabbie la millenaria città e il suo simbolo per eccellenza, le Piramidi.

La ricostruzione del Cairo e l’attenzione alla sua architettura sono dunque tematiche centrali del romanzo. L’intento della “Società degli Urbanisti” non sembra così distante dalla realtà: pare quasi rispondere all’attuale e ambizioso progetto di al-Sisi di costruire, coi finanziamenti sauditi, una moderna capitale egiziana nel cuore del deserto.

Così come il grande scrittore Naguib Mahfuz ha descritto la meraviglia e l’umanità che vibravano tra i vicoli della Cairo Vecchia, restituendo una vivida immagine dell’Egitto novecentesco, allo stesso modo Nagy, nel nuovo millennio, si fa portavoce di quella stessa città che in pochi decenni si è trasformata in un centro urbano moderno e globalizzato. Tutto questo viene filtrato da una scrittura originale, che dà voce alla nuova generazione attraverso un rinnovato linguaggio letterario, in cui la lingua classica si alterna a quella colloquiale, la prosa sofisticata a turpiloqui, le espressioni idiomatiche egiziane ad anglismi, per creare un linguaggio ibrido, molto spesso volto a esprimere il senso di collisione con la società che caratterizza i giovani protagonisti.

La peculiarità – e la forza – di questo libro è il fatto di essere un viaggio all’interno di una delle città più sorprendenti del mondo, un’opera letteraria incentrata sul Cairo e i suoi abitanti, ma da cui emerge una capacità di adattarsi potenzialmente a qualsiasi altra grande metropoli.

Per leggere la traduzione del capitolo sei di “”L’uso della vita”, seguite questo link.

*Elisabetta Rossi ha studiato presso la Facoltà di “Studi Orientali” dell’Università “La Sapienza” di Roma.

Ha vissuto al Cairo nel 2013 per approfondire lo studio della lingua araba, e nel 2014 è tornata nella capitale egiziana grazie a una borsa di studio offerta dall’Università “La Sapienza” per studiare all’Università “Ayn Shams”. Durante questo periodo, ha svolto ricerche sul fumetto e la graphic novel in Egitto. Conosce nel novembre 2014 lo scrittore Ahmed Nagy e traduce il romanzo Istikhdam al-hayat per la tesi di Laurea Magistrale, dal titolo “Vita: istruzioni per l’uso: l’incontro al Cairo tra fantasy e graphic novel”.

[1] Edizione originale: Aḥmad al-‘Aydī, An takūn ‘Abbās al-‘Abd, Dār al-Karma, al-Qāhira, 2003.

Le immagini del post sono state prese dalla pagina Facebook del libro.

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